Mese: dicembre 2011

Un ricco

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Strofinava l’indice contro il pollice tenendo il pugno serrato, dopodiché le due estremità delle labbra si sollevavano in modo asimmetrico formando un mezzo sorriso alla base del naso. L’odore del dopobarba, dolce e sensibilmente acido, sembrava prodotto dal suo stesso organismo per poi venire espulso attraverso gli enormi pori aperti sulle guance e sul mento. La pelle del collo rossiccia era attratta verso il basso a tal punto che sembrava inesorabilmente condannata alla caduta se non fosse stato per il colletto della camicia bianca in Voile che la sollevava. Posato su di essa, il viso unto e tragicamente in declino contrastava con una folta chioma di capelli scuri e puliti, capeggiati da uno splendido ciuffo corvino che si divertiva a cadere giù sulla fronte per essere ricacciato al suo posto dalla mano sinistra. Una corporatura robusta ma non grassa incorniciava infine tutta la sua persona, impacchettata da un monopetto grigio scuro a tre bottoni e da un pantalone dello stesso tessuto della giacca. Nonostante vestisse sempre capi molto simili tra loro – lui preferiva chiamarli divise – curava dettagliatamente ogni particolare del suo abbigliamento; ad esempio scegliendo la cravatta da indossare dall’ampiezza dell’anima, a seconda che la camicia da abbinare avesse un colletto alla francese oppure a punta. L’espressione del volto era lo specchio del suo rigore. Due occhietti piccoli e aguzzi, attaccati al setto del grosso naso rincagnato, venivano perennemente schiacciati verso il basso dalle fini sopracciglia, trasmettendo una sensazione a metà tra la sfida e il sospetto. Strofinava le dita quindi, e sorrideva beffardamente nel suo gesto più tipico, evitando di pronunciare quella parola che rappresentava per lui molto più dell’immagine mentale suggerita dal significante; quella parola che oltre ad assumere molteplici contenuti percepiva come irrimediabilmente intrecciata al suo destino, tanto da dover essere inconsapevolmente sostituita da una mossa della mano, da un irrigidimento degli zigomi, per appagare almeno in parte il desiderio di riconoscimento. Capitava che nel mezzo di una conversazione, mentre parlava, percepiva nella sua mente la parola sopraggiungere di lì a breve, e una volta arrivato il momento di pronunciarla l’automatismo cognitivo bloccava le corde vocali per lasciare spazio alla gestualità del corpo. Di per sé era un gesto molto comune – non era di certo il primo ad utilizzarlo per mimare il denaro – ma la particolarità, come per tutte le cose della vita, dipende dalla quantità. Quella parola, da quando aveva scelto il significato da dare alla sua esistenza terrena – e da quando era diventato ricco – non l’aveva più pronunciata. Era il suo monito, il suo incosciente fioretto, il suo atto di fede.
Quella sera si era trattenuto in ufficio più del solito. Affacciato alla finestra osservava la brezza gelida di novembre spettinare i pochi incartocciati passanti, ricurvi ed ingobbiti nel tentativo di contrastare l’attrito delle correnti che si formavano tra i palazzi. Pensò al vento, a come riuscisse a vederlo non in sé e per sé ma attraverso gli effetti che provocava sulle altre cose: un acero che si flette; un cappello soffiato via dal capo di un vecchietto; della polvere sollevata a mezz’aria. Gli sembrò un pensiero molto intelligente; si mise a sedere sulla sua poltrona compiaciuto, ritenendo di aver adempiuto ai doveri quotidiani dello spirito. La luce al neon friggeva leggermente, accompagnata dal sibilo dell’impianto di riscaldamento, ed illuminava la stanza senza lasciare zone d’ombra. La scrivania di mogano era ampia e lucida, soffocata da risme di fogli e soprammobili esotici. Rimase in quella posizione con lo sguardo rivolto verso un vecchio quadro appeso da chissà quanti anni alla parete e che aveva acquistato durante uno dei suoi numerosi viaggi, sforzandosi di ricordare in quale paese lo avesse comprato. Non trovando risposta, si alzò, spense il computer, indossò il lungo cappotto carbone e chiudendo la porta a chiave uscì dall’ufficio.
Scese le scale e si ritrovò fuori al freddo; calpestando l’ultimo scalino ricordò l’appuntamento con il parrucchiere del giorno seguente: la ricrescita ormai aveva raggiunto quasi il centimetro e invocava una tinta riparatrice. Il buio in strada era più fitto del solito a causa di un paio di lampioni non funzionanti; l’inquietudine lo attraversò per qualche secondo, il tempo di attraversare il viale, posare la valigetta nella sua auto e di rifugiarsi nell’osteria dove cenava ogni sera.
Il caldo lo accolse con un moribondo profumo di tartufo e la proprietaria lo salutò con la consueta dose di goffa cortesia; lo fece sedere al tavolo e gli porse un foglio di carta ruvida, ricoperto di striature quasi impercettibili, dove vi era scritto il menù della giornata.
« Eh dottore, finiamo di lavorare sempre più tardi vero? » gli disse la proprietaria « se va avanti cosi le conviene portarsi il letto in ufficio, sono quasi le undici. »
« Se potessi lo farei immediatamente, ma non riesco a trovare abbastanza spazio »
« Dovrebbe cercare di fare un po’ di spazio anche per una donna alla sua età. Il tempo passa, non vorrà mica rimanere solo?»
« E’ per caso una proposta? » chiese lui, sforzandosi di rendere credibile il più possibile il suo falso sorrisetto. Quella grassona lo ripugnava. Aveva dieci anni meno di lui ma era tremendamente trasandata, sovrappeso, asessuata.
« No no, per carità, non è il mio tipo » disse la grossa femmina ridendo e servendogli del pane ancora fumante in un cestino di vimini.
« Beh, come le ho sempre detto le donne sono solo una perdita di tempo e di… » strofinò le dita « …e poi, perché accontentarsi di una quando se ne possono avere molte? » concluse.
Fu soddisfatto di quell’ultima risposta. La proprietaria si mise a ridere di nuovo e una coppia di ragazzi seduti al tavolo accanto lo guardò di sbieco per qualche secondo. Pensò che fosse uno sguardo di invidia; non solo per gli abiti costosissimi che indossava o per la Maserati Gran Turismo che sostava fuori in strada e che si poteva intravedere attraverso le vetrate coperte di tende bianche dell’osteria, ma anche per le frasi ciniche che aveva appena pronunciato. « Gli brucia perché sono un ricco vincente, e pure intelligente e brillante » pensò. Uscì dal locale a mezzanotte, sgasando la Maserati per impressionare i pochi clienti che ancora erano rimasti, e andò a casa. Abitava poco distante, in pieno centro storico; impiegò pochi minuti per arrivare nel suo garage. Parcheggiò la vettura e prese l’ascensore per raggiungere il settimo piano. Aprì la porta del suo attico, un immenso open space dotato di ogni genere di comfort e di incomprensibili e costosissime poltrone; il pavimento in parquet scricchiolò sotto il peso delle suole delle sue scarpe. Si svestì con meticolosità e mise i panni sporchi nella cesta accanto alla lavanderia; la casa era pregna di profumi artificiali, che sparirono quando si accese una sigaretta. Fatto l’ultimo tiro, si mise a letto, piacevolmente stanco e sereno. Spense lampada e sigaretta, e si addormentò.
Un infarto lo colse la notte, mentre dormiva, più precisamente alle quattro e ventisette minuti. Se ne andò così, come era vissuto, senza accorgersene, senza sentire nulla. Lo trovarono con lo sguardo sereno; il pugno serrato, e coll’indice e il pollice che stringevano un rosario di legno.

Natale due per due

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Erano da poco scoccate le tre di notte. Babbo Natale si calò dal tetto di quella vecchia palazzina anni sessanta per raggiungere il finestrone che dava sull’appartamento dei prossimi due bambini della lista. Ormai di camini ve n’erano sempre meno, perciò per adattarsi alle pareti dei palazzi aveva dovuto iscriversi a un corso di arrampicata sportiva alla palestra pubblica su al Polo Nord, l’attrezzatura non era delle migliori, ma aveva potuto godere della tariffa agevolata per gli anziani. Non che fosse stato mai un gran conservatore, ma provava nostalgia dei bei tempi andati, quando infilandosi nei tunnel affumicati doveva spegnere eventuali

fiammelle per non bruciacchiarsi la barba. Si consolava tuttavia con i suoi sosia di plastica che agghindavano le dimore in quegli ultimi anni e ai quali si rivolgeva talvolta con fare amichevole, talvolta prendendoli a pedate o a cazzotti, minacciandoli di morte se gli avessero rubato il mestiere. Che volete farci, era un modo come un altro per non sentire la fatica. Raggiunto il cornicione, scassinò con consueta maestria la serratura della finestra senza lasciare traccia, e come di consueto estrasse il librone dalla sacca per svolgere quella noiosissima prassi burocratica a suo parere completamente inutile ma moralmente indispensabile secondo l’opinione del suo capo. Questa nuova moda di mettere ai figli nomi esotici gli facilitava molto il lavoro rispetto ai tempi dei milioni di “Jack”, di “Mary”, di “Andrea” che lo facevano sempre confondere; così quando cerchiò con la sua biro rossa “Montana” e “Kathmandu” un sorriso fanciullesco gli si disegnò sul volto. Entrò nell’appartamento poggiando entrambi i piedoni sul pavimento di parquet del salotto, fece cadere il sacco dei regali a terra e ne estrasse con sicurezza i doni destinati ai pargoletti. Con la stessa fermezza li pose sotto l’albero, poi, trovato uno sgabello, si sedette qualche secondo per recuperare le forze, senza accorgersi però della presenza di un altro individuo in quella stanza: un omone dallo sguardo stropicciato, sbucato all’improvviso da chi sa dove, che sputava urla e urlava sputi. Per farla breve: era il padrone di casa, il quale insospettito dai rumori non esitò a imbracciare il fucile che adoperava ogni domenica per la pulizia etnica di volatili. Intimatogli di non muoversi chiamò la polizia, che giunta sul posto accompagnò in un batter d’occhi il nostro caro papà Natale al distretto più vicino.

Ora, sfortuna vuole che quel paese fosse governato da un partito xenofobo cattoconservatore; potete quindi immaginare con quale animosità questo vecchio panzone senza permesso di soggiorno venne accolto prima dal prefetto e poi dal giudice. Sta di fatto che grazie al rito abbreviato nel giro di diciassette ore fu condannato a undici mesi di reclusione per i reati di violazione di domicilio, tentata rapina e immigrazione clandestina. Fu accusato anche di abuso su minore e pedofilia ma la sacca con i giocattoli non venne considerata abbastanza schiacciante come prova. Il carcere dove venne trasportato si trovava fuori città, un cubo grigiastro con tante piccole finestrelle posato su un boschetto umidiccio che faceva percepire un odore di muschio al solo vederlo. Il vestito rosso fuoco che indossava provocò grida di scherno da parte dei detenuti al suo ingresso, ma Babbo Natale quasi non le percepì, era assorto nei suoi pensieri: come aveva fatto a farsi beccare? In tanti anni nessuno si era mai accorto della sua presenza, in nessuna casa, palazzo o cascina del mondo. Lo slalom tra le elucubrazioni non era ancora finito quando chiusero le sbarre alle sue spalle. Quella che sarebbe stata la sua casa per i mesi a seguire era una stanza umidiccia e claustrofobica, una sola finestrella larga non più di quaranta centimetri illuminava parsimoniosamente l’ambiente, sulla parete destra il letto a castello era ormai in stato di decomposizione. Sulla parte superiore intento a leggere un manualetto che insegnava a riparare motori diesel, era steso il suo compagno di cella. Credo sia il caso di spendere un paio di parole su costui considerato il ruolo che avrà nella storia. Abdel Fattah Aït Hammou, nato e cresciuto in Egitto, era diventato un esperto scassinatore dopo aver attraversato il Mediterraneo. Lui stesso non avrebbe mai immaginato di diventare una sorta di autorità nel campo, quando era adolescente voleva fare il poeta, aveva addirittura imparato l’italiano da autodidatta per poter leggere la Divina Commedia. Figlio unico di madre vedova, vide cambiare la sua vita quando quest’ultima perse la testa per un missionario cattolico che la ingravidò. In poco tempo lei venne lapidata e depredata di tutti i beni, e il caro Abdel fuggì in Europa con i pochi spiccioli che era riuscito a portare con sé. Si sa come vanno queste cose, senza permesso di soggiorno, in un paese straniero, con la fame che ti taglia lo stomaco. Insomma, in breve tempo e senza nemmeno rendersene conto si era trovato una fedina penale lunga così. Perché fare lo spazzino o il carpentiere era troppo alienante per uno come lui, per la sua sensibilità. L’intelligenza che lo caratterizzava rispetto ai ladruncoli che lo avevano iniziato al mestiere gli permise di diventare un professionista dello scasso; ogni volta che si organizzava un colpo grosso in città veniva assoldato, anche solo per fare da consulente. Insomma, aveva trovato il suo posto nel mondo. Ora, a quarant’anni suonati, stava scontando otto anni e sette mesi per rapina a mano armata, solita routine, e con un gancio destro in pieno volto accolse il barbuto Papà Natale nella sua cella. A prima vista potrebbe sembrare un accoglienza un po’ brutale. Si trattava invece di un gesto d’affetto, di benvenuto. L’impressione positiva che ebbe fu infatti confermata nei mesi successivi. I due strinsero una forte amicizia: il vecchietto insegnava ad Abdel nuove tecniche di scasso, tecniche che non aveva mai visto seppur fosse un genio in quell’ambito, e Abdel proteggeva il vecchietto dai carcerati che se lo volevano inchiappettare. Si sa, il carcere è l’università del crimine, così a causa della vicinanza del suo nuovo amico e degli altri galeotti, Babbo Natale mutò radicalmente i valori che lo avevano accompagnato per due millenni. Si sviluppò in lui una forte avversione nei confronti delle istituzioni, cominciò a bestemmiare e si fece fare una decina di tatuaggi sparsi un po’ ovunque nel suo grosso corpo: Madre Teresa di Calcutta, Jesse James, Steve McQueen condividevano l’addome, Marco Pannella e Giuliano Ferrara le chiappe. Chissà che discorsi li dietro.
Così venne il giorno della scarcerazione, Babbo Natale era diviso tra la felicità di tornare libero e l’amarezza di lasciare i compagni carcerati, ma soprattutto lo angosciava il pensiero di non rivedere più Abdel, l’unico vero amico che avesse mai avuto. E poi… ci sarebbe stato ancora un posto per lui là fuori?
Venne presto la notte di Natale, così come presto venne la mattina. I giornali e l’informazione nel suo complesso ne ebbero di lavoro quel giorno. Infatti quel Natale sarebbe stato ricordato come il Natale più triste di sempre. Tutte le case, gli appartamenti, i loft, le cascine, le tende, le roulotte, i camper, i trulli, le capanne, gli Igloo, gli attici… insomma, qualsiasi buco abitato nel mondo, non era stato come di consueto riempito di regali e meraviglie bensì svaligiato da cima a fondo. Con un’ eccezione. Le prigioni erano state ricoperte di giocattoli. Dalla Nuova Zelanda alle Hawaii quel giorno si potevano vedere i peggiori criminali del mondo rintanati nelle loro celle due per due dilettarsi con trenini elettrici, playstation, automobili telecomandate e tanto altro. Che giornata memorabile fu quella, Abdel ricevette una risma di carta e una splendida penna stilografica per le sue poesie, non senza versare qualche lacrima. Diverse erano sicuramente quelle versate dai “liberi”. Ma si sa, Babbo Natale porta i doni solo ai bambini buoni.