Natale due per due

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Erano da poco scoccate le tre di notte. Babbo Natale si calò dal tetto di quella vecchia palazzina anni sessanta per raggiungere il finestrone che dava sull’appartamento dei prossimi due bambini della lista. Ormai di camini ve n’erano sempre meno, perciò per adattarsi alle pareti dei palazzi aveva dovuto iscriversi a un corso di arrampicata sportiva alla palestra pubblica su al Polo Nord, l’attrezzatura non era delle migliori, ma aveva potuto godere della tariffa agevolata per gli anziani. Non che fosse stato mai un gran conservatore, ma provava nostalgia dei bei tempi andati, quando infilandosi nei tunnel affumicati doveva spegnere eventuali

fiammelle per non bruciacchiarsi la barba. Si consolava tuttavia con i suoi sosia di plastica che agghindavano le dimore in quegli ultimi anni e ai quali si rivolgeva talvolta con fare amichevole, talvolta prendendoli a pedate o a cazzotti, minacciandoli di morte se gli avessero rubato il mestiere. Che volete farci, era un modo come un altro per non sentire la fatica. Raggiunto il cornicione, scassinò con consueta maestria la serratura della finestra senza lasciare traccia, e come di consueto estrasse il librone dalla sacca per svolgere quella noiosissima prassi burocratica a suo parere completamente inutile ma moralmente indispensabile secondo l’opinione del suo capo. Questa nuova moda di mettere ai figli nomi esotici gli facilitava molto il lavoro rispetto ai tempi dei milioni di “Jack”, di “Mary”, di “Andrea” che lo facevano sempre confondere; così quando cerchiò con la sua biro rossa “Montana” e “Kathmandu” un sorriso fanciullesco gli si disegnò sul volto. Entrò nell’appartamento poggiando entrambi i piedoni sul pavimento di parquet del salotto, fece cadere il sacco dei regali a terra e ne estrasse con sicurezza i doni destinati ai pargoletti. Con la stessa fermezza li pose sotto l’albero, poi, trovato uno sgabello, si sedette qualche secondo per recuperare le forze, senza accorgersi però della presenza di un altro individuo in quella stanza: un omone dallo sguardo stropicciato, sbucato all’improvviso da chi sa dove, che sputava urla e urlava sputi. Per farla breve: era il padrone di casa, il quale insospettito dai rumori non esitò a imbracciare il fucile che adoperava ogni domenica per la pulizia etnica di volatili. Intimatogli di non muoversi chiamò la polizia, che giunta sul posto accompagnò in un batter d’occhi il nostro caro papà Natale al distretto più vicino.

Ora, sfortuna vuole che quel paese fosse governato da un partito xenofobo cattoconservatore; potete quindi immaginare con quale animosità questo vecchio panzone senza permesso di soggiorno venne accolto prima dal prefetto e poi dal giudice. Sta di fatto che grazie al rito abbreviato nel giro di diciassette ore fu condannato a undici mesi di reclusione per i reati di violazione di domicilio, tentata rapina e immigrazione clandestina. Fu accusato anche di abuso su minore e pedofilia ma la sacca con i giocattoli non venne considerata abbastanza schiacciante come prova. Il carcere dove venne trasportato si trovava fuori città, un cubo grigiastro con tante piccole finestrelle posato su un boschetto umidiccio che faceva percepire un odore di muschio al solo vederlo. Il vestito rosso fuoco che indossava provocò grida di scherno da parte dei detenuti al suo ingresso, ma Babbo Natale quasi non le percepì, era assorto nei suoi pensieri: come aveva fatto a farsi beccare? In tanti anni nessuno si era mai accorto della sua presenza, in nessuna casa, palazzo o cascina del mondo. Lo slalom tra le elucubrazioni non era ancora finito quando chiusero le sbarre alle sue spalle. Quella che sarebbe stata la sua casa per i mesi a seguire era una stanza umidiccia e claustrofobica, una sola finestrella larga non più di quaranta centimetri illuminava parsimoniosamente l’ambiente, sulla parete destra il letto a castello era ormai in stato di decomposizione. Sulla parte superiore intento a leggere un manualetto che insegnava a riparare motori diesel, era steso il suo compagno di cella. Credo sia il caso di spendere un paio di parole su costui considerato il ruolo che avrà nella storia. Abdel Fattah Aït Hammou, nato e cresciuto in Egitto, era diventato un esperto scassinatore dopo aver attraversato il Mediterraneo. Lui stesso non avrebbe mai immaginato di diventare una sorta di autorità nel campo, quando era adolescente voleva fare il poeta, aveva addirittura imparato l’italiano da autodidatta per poter leggere la Divina Commedia. Figlio unico di madre vedova, vide cambiare la sua vita quando quest’ultima perse la testa per un missionario cattolico che la ingravidò. In poco tempo lei venne lapidata e depredata di tutti i beni, e il caro Abdel fuggì in Europa con i pochi spiccioli che era riuscito a portare con sé. Si sa come vanno queste cose, senza permesso di soggiorno, in un paese straniero, con la fame che ti taglia lo stomaco. Insomma, in breve tempo e senza nemmeno rendersene conto si era trovato una fedina penale lunga così. Perché fare lo spazzino o il carpentiere era troppo alienante per uno come lui, per la sua sensibilità. L’intelligenza che lo caratterizzava rispetto ai ladruncoli che lo avevano iniziato al mestiere gli permise di diventare un professionista dello scasso; ogni volta che si organizzava un colpo grosso in città veniva assoldato, anche solo per fare da consulente. Insomma, aveva trovato il suo posto nel mondo. Ora, a quarant’anni suonati, stava scontando otto anni e sette mesi per rapina a mano armata, solita routine, e con un gancio destro in pieno volto accolse il barbuto Papà Natale nella sua cella. A prima vista potrebbe sembrare un accoglienza un po’ brutale. Si trattava invece di un gesto d’affetto, di benvenuto. L’impressione positiva che ebbe fu infatti confermata nei mesi successivi. I due strinsero una forte amicizia: il vecchietto insegnava ad Abdel nuove tecniche di scasso, tecniche che non aveva mai visto seppur fosse un genio in quell’ambito, e Abdel proteggeva il vecchietto dai carcerati che se lo volevano inchiappettare. Si sa, il carcere è l’università del crimine, così a causa della vicinanza del suo nuovo amico e degli altri galeotti, Babbo Natale mutò radicalmente i valori che lo avevano accompagnato per due millenni. Si sviluppò in lui una forte avversione nei confronti delle istituzioni, cominciò a bestemmiare e si fece fare una decina di tatuaggi sparsi un po’ ovunque nel suo grosso corpo: Madre Teresa di Calcutta, Jesse James, Steve McQueen condividevano l’addome, Marco Pannella e Giuliano Ferrara le chiappe. Chissà che discorsi li dietro.
Così venne il giorno della scarcerazione, Babbo Natale era diviso tra la felicità di tornare libero e l’amarezza di lasciare i compagni carcerati, ma soprattutto lo angosciava il pensiero di non rivedere più Abdel, l’unico vero amico che avesse mai avuto. E poi… ci sarebbe stato ancora un posto per lui là fuori?
Venne presto la notte di Natale, così come presto venne la mattina. I giornali e l’informazione nel suo complesso ne ebbero di lavoro quel giorno. Infatti quel Natale sarebbe stato ricordato come il Natale più triste di sempre. Tutte le case, gli appartamenti, i loft, le cascine, le tende, le roulotte, i camper, i trulli, le capanne, gli Igloo, gli attici… insomma, qualsiasi buco abitato nel mondo, non era stato come di consueto riempito di regali e meraviglie bensì svaligiato da cima a fondo. Con un’ eccezione. Le prigioni erano state ricoperte di giocattoli. Dalla Nuova Zelanda alle Hawaii quel giorno si potevano vedere i peggiori criminali del mondo rintanati nelle loro celle due per due dilettarsi con trenini elettrici, playstation, automobili telecomandate e tanto altro. Che giornata memorabile fu quella, Abdel ricevette una risma di carta e una splendida penna stilografica per le sue poesie, non senza versare qualche lacrima. Diverse erano sicuramente quelle versate dai “liberi”. Ma si sa, Babbo Natale porta i doni solo ai bambini buoni.

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