Un ricco

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Strofinava l’indice contro il pollice tenendo il pugno serrato, dopodiché le due estremità delle labbra si sollevavano in modo asimmetrico formando un mezzo sorriso alla base del naso. L’odore del dopobarba, dolce e sensibilmente acido, sembrava prodotto dal suo stesso organismo per poi venire espulso attraverso gli enormi pori aperti sulle guance e sul mento. La pelle del collo rossiccia era attratta verso il basso a tal punto che sembrava inesorabilmente condannata alla caduta se non fosse stato per il colletto della camicia bianca in Voile che la sollevava. Posato su di essa, il viso unto e tragicamente in declino contrastava con una folta chioma di capelli scuri e puliti, capeggiati da uno splendido ciuffo corvino che si divertiva a cadere giù sulla fronte per essere ricacciato al suo posto dalla mano sinistra. Una corporatura robusta ma non grassa incorniciava infine tutta la sua persona, impacchettata da un monopetto grigio scuro a tre bottoni e da un pantalone dello stesso tessuto della giacca. Nonostante vestisse sempre capi molto simili tra loro – lui preferiva chiamarli divise – curava dettagliatamente ogni particolare del suo abbigliamento; ad esempio scegliendo la cravatta da indossare dall’ampiezza dell’anima, a seconda che la camicia da abbinare avesse un colletto alla francese oppure a punta. L’espressione del volto era lo specchio del suo rigore. Due occhietti piccoli e aguzzi, attaccati al setto del grosso naso rincagnato, venivano perennemente schiacciati verso il basso dalle fini sopracciglia, trasmettendo una sensazione a metà tra la sfida e il sospetto. Strofinava le dita quindi, e sorrideva beffardamente nel suo gesto più tipico, evitando di pronunciare quella parola che rappresentava per lui molto più dell’immagine mentale suggerita dal significante; quella parola che oltre ad assumere molteplici contenuti percepiva come irrimediabilmente intrecciata al suo destino, tanto da dover essere inconsapevolmente sostituita da una mossa della mano, da un irrigidimento degli zigomi, per appagare almeno in parte il desiderio di riconoscimento. Capitava che nel mezzo di una conversazione, mentre parlava, percepiva nella sua mente la parola sopraggiungere di lì a breve, e una volta arrivato il momento di pronunciarla l’automatismo cognitivo bloccava le corde vocali per lasciare spazio alla gestualità del corpo. Di per sé era un gesto molto comune – non era di certo il primo ad utilizzarlo per mimare il denaro – ma la particolarità, come per tutte le cose della vita, dipende dalla quantità. Quella parola, da quando aveva scelto il significato da dare alla sua esistenza terrena – e da quando era diventato ricco – non l’aveva più pronunciata. Era il suo monito, il suo incosciente fioretto, il suo atto di fede.
Quella sera si era trattenuto in ufficio più del solito. Affacciato alla finestra osservava la brezza gelida di novembre spettinare i pochi incartocciati passanti, ricurvi ed ingobbiti nel tentativo di contrastare l’attrito delle correnti che si formavano tra i palazzi. Pensò al vento, a come riuscisse a vederlo non in sé e per sé ma attraverso gli effetti che provocava sulle altre cose: un acero che si flette; un cappello soffiato via dal capo di un vecchietto; della polvere sollevata a mezz’aria. Gli sembrò un pensiero molto intelligente; si mise a sedere sulla sua poltrona compiaciuto, ritenendo di aver adempiuto ai doveri quotidiani dello spirito. La luce al neon friggeva leggermente, accompagnata dal sibilo dell’impianto di riscaldamento, ed illuminava la stanza senza lasciare zone d’ombra. La scrivania di mogano era ampia e lucida, soffocata da risme di fogli e soprammobili esotici. Rimase in quella posizione con lo sguardo rivolto verso un vecchio quadro appeso da chissà quanti anni alla parete e che aveva acquistato durante uno dei suoi numerosi viaggi, sforzandosi di ricordare in quale paese lo avesse comprato. Non trovando risposta, si alzò, spense il computer, indossò il lungo cappotto carbone e chiudendo la porta a chiave uscì dall’ufficio.
Scese le scale e si ritrovò fuori al freddo; calpestando l’ultimo scalino ricordò l’appuntamento con il parrucchiere del giorno seguente: la ricrescita ormai aveva raggiunto quasi il centimetro e invocava una tinta riparatrice. Il buio in strada era più fitto del solito a causa di un paio di lampioni non funzionanti; l’inquietudine lo attraversò per qualche secondo, il tempo di attraversare il viale, posare la valigetta nella sua auto e di rifugiarsi nell’osteria dove cenava ogni sera.
Il caldo lo accolse con un moribondo profumo di tartufo e la proprietaria lo salutò con la consueta dose di goffa cortesia; lo fece sedere al tavolo e gli porse un foglio di carta ruvida, ricoperto di striature quasi impercettibili, dove vi era scritto il menù della giornata.
« Eh dottore, finiamo di lavorare sempre più tardi vero? » gli disse la proprietaria « se va avanti cosi le conviene portarsi il letto in ufficio, sono quasi le undici. »
« Se potessi lo farei immediatamente, ma non riesco a trovare abbastanza spazio »
« Dovrebbe cercare di fare un po’ di spazio anche per una donna alla sua età. Il tempo passa, non vorrà mica rimanere solo?»
« E’ per caso una proposta? » chiese lui, sforzandosi di rendere credibile il più possibile il suo falso sorrisetto. Quella grassona lo ripugnava. Aveva dieci anni meno di lui ma era tremendamente trasandata, sovrappeso, asessuata.
« No no, per carità, non è il mio tipo » disse la grossa femmina ridendo e servendogli del pane ancora fumante in un cestino di vimini.
« Beh, come le ho sempre detto le donne sono solo una perdita di tempo e di… » strofinò le dita « …e poi, perché accontentarsi di una quando se ne possono avere molte? » concluse.
Fu soddisfatto di quell’ultima risposta. La proprietaria si mise a ridere di nuovo e una coppia di ragazzi seduti al tavolo accanto lo guardò di sbieco per qualche secondo. Pensò che fosse uno sguardo di invidia; non solo per gli abiti costosissimi che indossava o per la Maserati Gran Turismo che sostava fuori in strada e che si poteva intravedere attraverso le vetrate coperte di tende bianche dell’osteria, ma anche per le frasi ciniche che aveva appena pronunciato. « Gli brucia perché sono un ricco vincente, e pure intelligente e brillante » pensò. Uscì dal locale a mezzanotte, sgasando la Maserati per impressionare i pochi clienti che ancora erano rimasti, e andò a casa. Abitava poco distante, in pieno centro storico; impiegò pochi minuti per arrivare nel suo garage. Parcheggiò la vettura e prese l’ascensore per raggiungere il settimo piano. Aprì la porta del suo attico, un immenso open space dotato di ogni genere di comfort e di incomprensibili e costosissime poltrone; il pavimento in parquet scricchiolò sotto il peso delle suole delle sue scarpe. Si svestì con meticolosità e mise i panni sporchi nella cesta accanto alla lavanderia; la casa era pregna di profumi artificiali, che sparirono quando si accese una sigaretta. Fatto l’ultimo tiro, si mise a letto, piacevolmente stanco e sereno. Spense lampada e sigaretta, e si addormentò.
Un infarto lo colse la notte, mentre dormiva, più precisamente alle quattro e ventisette minuti. Se ne andò così, come era vissuto, senza accorgersene, senza sentire nulla. Lo trovarono con lo sguardo sereno; il pugno serrato, e coll’indice e il pollice che stringevano un rosario di legno.

5 pensieri riguardo “Un ricco

    Saramago ha detto:
    dicembre 24, 2011 alle 1:50 pm

    Stai esagerando…

    Anonymous ha detto:
    febbraio 17, 2012 alle 4:25 pm

    questo racconto è bello (fre)

    Anonymous ha detto:
    febbraio 17, 2012 alle 4:25 pm

    questo racconto è bello (fre)

    Smerdjakov ha detto:
    febbraio 17, 2012 alle 5:34 pm

    Che caro fre, grazie.

    Smerdjakov ha detto:
    febbraio 17, 2012 alle 5:34 pm

    Che caro fre, grazie.

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