Mese: gennaio 2012

Cliché che aiutano a combattere l’ansia

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Il cliché è purtroppo sempre più spesso utilizzato con un’accezione negativa, sinonimo di chiusura mentale, di pregiudizio e di ignoranza. Pochi invece ne apprezzano le proprietà curative, la loro capacità di riempire di senso le cose e di mettere un po’ di ordine in questo mondo terribilmente disordinato. Qui sotto elenchiamo alcuni cliché significativi, che non fanno altro che tranquillizzare le persone, semplificare la vita, e sconfiggere l’ansia. Più cliché sono radicati nel vostro sistema emotivo, più la felicità vi abbraccerà…altro che Alberoni.

1 Gli stilisti sono gay
2 I neri sono superdotati
3 Gli stilisti neri sono gay e superdotati
4 I carabinieri sono cornuti
5 Le persone con gli occhiali sono intelligenti
6 Le persone con gli occhiali sono deboli
7 I calciatori sono stupidi
8 Le calciatrici sono lesbiche
9 Le tettone sono stupide
10 I ricchi sono brutti 
11 C’è crisi
12 I militari sono tutti meridionali
13 Lettere e filosofia è una facoltà delle merendine
14 Gli asiatici sono dei geni in matematica
15 I neri sono bravi nel ballo, nella musica e nell’atletica
16 I nani hanno il cazzo lungo
17 I belli sono stupidi
18 I vecchi sono rincoglioniti
19 I ciccioni sono simpatici
20 I pallavolisti sono gay
21 Le pallavoliste hanno un bel culo
22 Luca Argentero è un pessimo attore
23 I bassisti sono sfigati
24 Gli ingegneri sono vergini
25 Mia figlia non scoperà mai
26 I preti sono gay
27 Le suore erano troie
28 Chi va con i trans è gay
29 I meridionali non lavorano
30 I leghisti sono analfabeti
31 I friulani bestemmiano e bevono tazze di merda
32 I genovesi sono tirchi
33 Le svedesi sono tutte bionde, magre e dotate di supertette
34 I dipendenti pubblici non fanno un cazzo
35 I toscani sono simpatici
36 Siamo tutti figli di idraulici
37 Le donne sono tutte puttane
38 Gli uomini sono puttanieri
39 Gli etiopi vincono le maratone perché da bambini scappano dai leoni
40 I francesi sono spocchiosi
41 Gli americani sono obesi
42 Gli spazzini sono dei falliti
43 Il McDonald fa male
44 Il MAC è meglio del PC
45 Mia mamma è una santa
46 Mia sorella è vergine
47 Gesù era bianco
48 Gli ebrei sono usurai
49 I cinesi hanno il pene piccolo
50 Dio esiste

Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato!

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Le recenti esternazioni del viceministro Martone hanno scosso l’italia come i recenti terremoti che hanno scosso l’italia come le recenti esternazioni del viceministro Martone. Ebbene sì, ci divertiamo a ribadire l’ovvio. D’altraparte siamo il popolo che utilizza maggiormente, aspettando il bus nelle giornate di pioggia, la domanda “ha visto che piove?”, comeforma di interazione sociale.
Che laurearsi dopo i 28 anni sia da sfigati, lo sapevamo tutti anche senza che ce lo dicesse Martone. Che le associazioni dei fuori corso sarebbero insorte per rivendicare la nobiltà di conquistare una laurea in povertà di mezzi, lo sapevano tutti comunque. Non sorprende nemmeno che l’egemonia del ragionamento induttivo continui a sedurre i benpensanti.

Anche le intelligenze più modeste possono comprendere che la frase, «laurearsi dopo i 28 anni non è da sfigati perché io mentre studiavo lavoravo per mantenermi», è equivalente a dire, «l’eroina non fa male perché William Burroughs è vissuto fino a 83 anni». Tuttavia è polemica!
Perfinirla con queste sterili diatribe, e più nello specifico con Santoro, ecco l’elenco delle persone che sono sfigate e non hanno diritto di replica.
1)    Chi si laurea dopo i 28 anni.
2)    Chi diventa calvo.
3)    Chi gestisce un blog.
4)    Chi sisposa.
5)    Chi fa sesso dopo i 70 anni.
6)    Chi utilizza il proprio caso per far valere le sue ragioni.
7)    Chi legge Fabio Volo.
8)    Chi va a lavorare.
9)    Chi gioca a calcetto tra amici dopo i 31anni.
10)  Chi viene crocifisso prima dei 33 anni.
11)  Chi risorge dopo più di 3 giorni.
12)  Chi compra una Porsche dopo i 50 anni.
13)  Chi possiede più di tre computer portatili.
14)  Chi va a messa.
15)  Chi segue le fashion bloggers.
16)  Chi mangia sushi.
17)  Chi fa il dottorato.
18)  Chi va con gli amici a fare “aperitivo”.
19)  Chi dopo i 22 va a figa.
20)  Chi prima dei 22 non va a figa.
21)  Chi si sveglia alle tre e dice che i giorni sono corti.
22)  Chi non paga le tasse.
23)  Chi paga le tasse.
24)  Chi guida le navi.
25)  Chi commenta i plastici delle tragedie.
26)  Chi fa benzina.
27)  Chi “se non passo l’esame è colpa del prof”
28)  Chi è brutto.
29)  Chi ha letto questa lista.
30)  Chi non condivide questa lista.


Proposte dei lettori
31)  Chi crede che “vinili” sia il nome di una persona (Jule Bordeaux)
32)  Chi non ha nemmeno il diploma (Ange la Mazza III)
33)  Chi si fa crescere la barba per dare credibilità al paese (Michele Ducceschi)

Pere Mature

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Era il primo giorno di scuola dopo le vacanze, per la 4c della scuola elementare Michelangelo Grigoletti. I bambini fecero irruzione in classe chiassosi e le bambine, più composte per natura, camminarono piano verso i nuovi banchi, sussiegose quasi a mo’ di parodia delle donne che sarebbero diventate. Stava cominciando un lungo anno di scuola e i bambini, non comprendendo la tragicità di trovarsi lì ora, manifestavano una solerte eccitazione dovuta alla rottura della routine estiva.
Anna, Barbara e Silvia erano tre bambine della 4c, erano molto amiche e quindi si sedettero nello stesso terzetto di banchi.
Anna era la più intelligente del trio. I suoi temi erano brillanti, suonava il violino e faceva nuoto a livello agonistico. Mora con gli occhi scuri. Acquario.
Barbara era la più scalmanata. Coinvolgeva le altre due piccole amiche in piccole avventure e istruita da una sorella più grande conosceva già i rudimenti dell’arte del pettegolezzo. Mora per nascita, bionda per vocazione. Gemelli.
Silvia era completamente priva di qualità. Nessuno la notava perché in lei non c’era nulla da notare. Bionda crespa. Vergine.

Quel giorno, prima che entrasse la maestra, Anna e Barbara si rivolsero a Silvia con curiosità.
         ti trovo cambiata. Hai tagliato i capelli?
         forse un nuovo look? – suggerì barbara indagando
         no amiche, semplicemente durante l’estate mi sono spuntate le tette.
         ti sono spuntate le tette?!- esclamarono all’unisono le due amiche
         si, provate a toccare.
         che strano. – disse Anna
         fashion! – ribadì Barbara
         all’inizio pensavo fossero due brufoli ma poi quando ho visto che non scoppiavano ho capito che si trattava di tette.
La maestra entrò in classe e salutò gli alunni. “Buongiorno a tutti”, ”avete fatto i compiti?”, ”vi siete riposati?”, ”dove siete andati invacanza?”, ”Alex per l’amor del cielo vuoi stare zitto che non è nemmeno cominciato l’anno” e via dicendo. Posò la borsa di pelle nera ai piedi della cattedra impugnò un gesso bianco e di spalle alla classe prese a segnare la lavagna.
Luca fece notare a Marco, il suo compagno di banco, Silvia.
–    hai visto Silvia che bella maglietta?
         è la sua solita maglietta, però hai ragione, le sta meglio.
         sarà perché è abbronzata.
         non è abbronzata, sarà la pettinatura.
         è la solita pettinatura.
Dietro di loro Matteo insorse.
–    oh amici, avete visto Silvia?
         si, la stavamo guardando anche noi .
         io dopo scuola le chiedo di venire a giocare da me.
         veramente pensavo di farlo io.
         ma se non te la facevo notare nemmeno ti accorgevi.
         per tua informazione me ne ero accorto prima di te.
         voi non le avete mai parlato, le chiederò io di uscire.
         mia mamma è molto amica di sua mamma. Una volta è anche venuta a casa mia quindi ho la precedenza su di voi.
         non vi siete mai accorti della sua esistenza.
         io una volta le ho chiesto i compiti.
         non è vero, nessuno chiede i compiti a Silvia, i compiti si chiedono ad Anna.
         Bambini state zitti che ora leggiamo i temi che avete scritto durante le vacanze!
La lettura dei temi prese la piega di certe conferenze dove l’oratore viene ombrato da una giornalista in tiro. Tutti i bambini della classe erano ipnotizzati da Silvia. Non riuscivano a schiodarle gli occhi di dosso. Volavano i commenti e i sospiri ammirati di una quindicina di bambini di quarta elementare. Le bambine presto si accorsero della stranezza.
         Silvia! Ti stanno guardando tutti.
         A me? Cosa sta succedendo?
         Non so ma perfino Alex non ti stacca gli occhi di dosso.
         Oddio che imbarazzo.
         Ne ho sentito parlare. – fece Barbara – mia sorella una volta mi ha rilevato che un giorno un ragazzo mi avrebbe fissato.
         Uno, non una classe!
         Non fa differenza, il punto è che so cosa devi fare.
         Allora dimmelo ti prego.
         Devi sorridere.
         Sorridere?
         Sì, sorridere.
         Ok, ci provo.
Il sorriso di Silvia provocò nella classe una reazione bifasica. In un primo momento ebbe un effetto sedante, facendo scivolare i bollori infantili dei suoi compagni di classe, nel paese del compiacimento e dell’autocelebrazione. In seconda battuta fu la guerra. Quel sorriso senza destinatario aveva acceso le fantasie di possesso di ogni bambino che, sicuro fosse stato rivolto a lui, ne rivendicava la proprietà ringhiando contro gli altri a cui il sortilegio aveva fatto credere la stessa cosa.
         Silvia mi ha sorriso.
         stronzo, non vedi che a sorriso a me.
         ma se a me sta ancora sorridendo?
         ‘fanculo, lei mi ama.
         tu sei brutto, non può amarti. Ama me.
Passarono tre ore e la campanella sugellò la fine della giornata scolastica che, per il primo giorno, era solo un assaggio.
Quando Silvia varcò il portone della scuola ad attenderla c’erano tutti i maschietti della sua classe. Chi sorrideva imbarazzato, chi sfoderava pose da macho poggiando al muro della scuola, chi le porgeva merendine confezionate. Sembrava una diva che attraversava un nugolo di ammiratori, smaniosi di incrociarne lo sguardo o ansiosi di rubarle due minuti del suo prezioso tempo.
         ci chiedevamo se questo pomeriggio ti va di venire con noi a tirare sassi alle anatre.
         oddio che cosa crudele. Chiederò alla mamma.
         aspetteremo sotto casa tua che tua mamma decida. –dichiarò un capannello di bambini più smaliziati.
Le tre amiche si allontanarono assieme lungo il vialetto che conduceva alle loro abitazioni. Si respirava un‘aria di incredulità. Il cielo era pieno di sole.
         ma cosa sta succedendo? – si interrogò Anna
         è colpa delle tette di Silvia. – affermò sicura Barbara- le tette sono potentissime. Avete visto come facevano girare i maschi?
         gli hanno fatti partire di testa.
         sembravano delle scimmie.
         cosa pensi di fare questo pomeriggio?
         Credo che andrò a tirare sassi alle anatre.
         Ma è una cosa terribile.
         Ma i ragazzi sono così carini con me.
         Sono carini con te solo perché hai le tette.
         Comunque ci vado!
I primi bambini cominciarono ad affollare il cortile di Silvia già intorno alle dodici. Alle due c’era la classe al gran completo e tutti aspettavano che dalla casa arrivasse un indizio circa la decisione di Silvia. Lei, nel frattempo, era seduta sul letto della sua cameretta che chiedeva consiglio a sua madre, la sua migliore amica.
         mamma, mi spieghi perché improvvisamente tutti sono così interessati a me?
         è per via delle tue tette, piccina.
         ma come funzionano le tette mamma?
         è molto semplice tesoro. Ogni ragazza vive nell’anonimato fino all’età di circa dieci dodici anni. Dopo succede una cosa meravigliosa. Diventa donna. Le sue tette crescono, spuntano peli lì in basso e sotto le ascelle e comincia a sanguinare mensilmente. I maschietti che fino al giorno prima non ti avevano mai guardata cominciano a mostrare interesse per quello che fai o racconti.
         quindi quando ad una donna spuntano le tette comincia a dire cose interessanti?
         no, è proprio questo il bello. I maschi non ti hanno ascoltata fino a quel momento e non ti ascolteranno mai nemmeno in seguito. Ma grazie alle tette, potrai conquistarne uno che guadagna molti soldi e che ti comprerà un sacco di regali facendoti vivere come una principessa.
         le principesse hanno le tette?
         tutte le principesse hanno le tette.
         tutte?
         tutte.
Silvia spalancò la porta di casa e il brusio dei suoi compagni di classe cessò all’istante. Tutti muti a guardare la sua scollatura. Dopo alcuni istanti di perfetto silenzio qualcuno accennò ad un applauso e fu immediatamente seguito in un tripudio per la piccola Silvia. Una dea.
Fu accompagnata al laghetto delle anatre come se fosse circondata da tante piccole guardie del corpo. I bambini si accalcavano perpoterle dire una parola. Lei rispondeva con vaghi monosillabi o provocanti sorrisi. La tensione all’interno del gruppo era palpabile. Fuori dal raggio visivo di Silvia volavano insulti, spintoni e violente minacce. Dopo circa una mezz’ora arrivarono al laghetto delle anatre.
         vuoi provare a colpire le anatre?
         oddio, no. Che cosa disgustosa.
         prova Silvia, è divertente.
         solo uno.
         guarda ti faccio vedere come si fa.
Alex, lanciò un grosso sasso contro un’anatra ma la colpìnei pressi della coda. Colpire l’anatra nella coda rappresentava un fallimento perché l’anatra volava via senza essere ferita. Il bersaglio era la testa. Al limite, si accettava il corpo come premio di consolazione.
         ok ora provo io. – Silvia lanciò il sasso in modo scoordinato ma potente.
         oddio Silvia, l’hai colpita in piena fronte.
         le anatre non hanno la fronte.
         è schiattata.
         un urrà per Silvia.
         urrà. – urlarono in coro i bambini.
         ma io non volevo ucciderla.
         ha avuto quel che si merita.
         non aveva fatto niente.
         invece si.
         cosa?
La corrente portò, presso la riva, il corpo esanime dell’anatra e Matteo lo raccolse porgendolo in dono a Silvia. Tutto quel chiasso attirò nei paraggi una delle guardie del parco che subitamente cominciò ad indagare Silvia e i suoi amici. “Cosa ci fate qui?”, “cosa c’è da urlare tanto?”, ”cosa nascondete dietro di voi?”.
         niente signor agente.
         non credo proprio sia niente, fatemi un po’ vedere. –la guardia si fece largo tra i marmocchi fino a scovare il malaffare. – Chi ha ucciso quest’anatra? Ditemelo subito! Uccidere le anatre del parco è illegale. Qualcuno deve essere punito. –
La guardia era furente mentre Silvia era terrorizzata, tesa fin quasi alle lacrime. Aveva un singhiozzo sulla punta della lingua e stava quasi per scoppiare in patetiche scuse rivolte al pubblico ufficiale. Ma in quell’istante fu Alex a parlare.
         sono stato io. – disse con aria di sfida
         quindi sei tu l’artefice di questa bravata?
         a dire il vero sono stato io. – se ne uscì Matteo
         lo sapete tutti che sono stato io. – fu la volta diMarco
         voi non sareste capaci nemmeno di colpire il culone della maestra di scienze, l’ho uccisa io. – affermò Luca borioso
Uno alla volta tutti i bambini in classe con Silvia confessarono un crimine che non avevano commesso.  Arrivarono ad azzuffarsi tanto che il poliziotto dovette intervenire per sedare una rissa tra bulletti di quarta elementare. Volavano insulti di ogni genere. Ogni bambino esigeva il ruolo dicolpevole e lo rivendicava con le unghie e con i denti. Il poliziotto fu colpito più volte nei genitali tanto che fu costretto a chiamare rinforzi. Ci vollero sette agenti per sedare quei quindici bambini indemoniati.
Silvia fu salvata da Anna e Barbara che avevano osservato la scena da distante.
         vieni via con noi.
         non capisco cosa sia successo. Mi hanno difeso tutti. Ora lottano per chi deve essere a prendersi la colpa. Tutto questo non ha senso. A scuola fino all’anno scorso organizzavano degli scherzi alla maestra e facevano in modo che la colpa ricadesse su di me. O su di voi.
         lo vuoi capire che è grazie alle tue tette. – esclamarono Anna e Barbara all’unisono
         ma come possono due palline di grasso rivoluzionare tutto.
         senti, io e barbara abbiamo cercato “tette” su google e tu non hai idea di quanti siti appaiano. Sembra che ci sia una vera e propria ossessione per le tette. Le tette sono sinonimo di successo, di moda, di bella vita.
         anche mia madre mi accennava a qualcosa di simile.
         le tette sono la sola rivoluzione femminile. Se hai letette hai controllo sugli uomini. Lineare. Sembra che le tette siano l’arma che la natura ha dato alle donne per avere il controllo su di loro. Più grandi sono le tue tette più peseranno le tue parole. Grazie alle tette possiamo essere ascoltate
         ma è terribile. Chi l’ho ha detto?–
         non è terribile, l’ha detto Simone De Beauvoir. È un vantaggio che abbiamo sugli uomini. Possiamo controllare le loro menti. Basterà indossare le maglie giuste e la vita sarà sempre bellissima. Silvia, oggi abbiamo imparato qualcosa di molto importante. Non dimenticarlo mai.
         non lo dimenticherò.
         Mai!
         
         
         Chi è Simone De Beauvoir?
         Boh.
Silvia, Barbara, e Anna se ne tornarono a casa tenendosi permano. Lungo la strada si fermarono a guardare le vetrine dei negozi e commentare le maglie esposte.
Non lo avevano mai fatto prima.
Liberamente ispirato da una puntata di South Park

 

Gli unici valori che ho nella vita sono quelli di PES

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L’amore, la famiglia, la mamma, la patria, il lavoro, la religione sono, nel 2012, suppellettili anacronistiche destituite di qualsiasi significato. Una volta, quando si ipotizzava potesse esistere, aveva forse un senso pregare Dio, ma oggi. Dai! Non fate i cretini! Al cospetto del fallimento del classico sistema di valori occidentale, la risposta arriva dal Giappone. Pro Evolution Soccer, PES per i seguaci, PES per noi.
Proprio come le migliori religioni susseguitesi sul globo terracqueo PES è fonte di coesione e di discordia tra i suoi membri. Offre soluzioni e causa problemi ai suoi adepti. È una verità del cuore che hai o non hai, non ci si può accedere con la logica.
Qui di seguito i 30 comandamenti di PES.

1)     Gli unici valori che ho nella vita sono quelli di PES
2)     Non avrò altro Dio all’infuori di PES.
3)     PES è meglio del tuo Dio.
4)     PES è la vita, il resto è noia. No! Non ho detto gioia.
5)     L’arbitro cinese è una merda.
6)     Se, mentre giochi a PES, ti chiama la fidanzata, lasciala!
7)     Chi fa tutto con il singolo giocatore non sa giocare.
8)     Un gol di merda vale come qualsiasi altro gol.
9)     Non esiste NESSUNA ragione valida per interrompere una partita di PES.
10)  Chi passa davanti allo schermo durante una partita di PES sarà linciato su pubblica piazza.
11)  Se metti pausa quando il tuo avversario è in possesso palla, devi morire.
12)  Il settaggio della formazione è un rito sacro nel culto di PES che va rispettato dai suoi adepti.
13)  Messi è illegale. Se rosso è una bestemmia.
14)  Se scegli il Barcellona dicendo che è perché “ti trovi bene” sei una merda.
15)  Bestemmiare durante le partite di PES dona un senso alla parola “Dio”.
16)  La prima partita è sempre di prova.
17)  Se riavvierete una partita che state perdendo, perderete per sempre la dignità.
18)  Le statistiche dei match vanno sempre salvate e stabiliscono ufficialmente il più forte.
19)  PES è meglio del sesso.
20)  A volte il fuorigioco non c’è.
21)  Se sai difendere solo con scivolate da ultimo uomo la prossima la giochiamo con l’arbitro cinese.
22)  La vittoria ai rigori non conta nulla.
23)  Le statistiche di fine gara sono il rifugio dei perdenti.
24)  Chi vince resta.
25)  PES si accompagna con birra e pizza.
26)  L’università serve a giocare a PES.
27)  Un joypad dura mediamente un mese prima di essere danneggiato dai ripetuti lanci contro il muro.
28)  Le donne non sono ammesse ai tornei di PES.
29)  Le vostre madri e le vostre sorelle non vi sentono mentre giocate.
30)  Alla domanda “ancora una e poi chiudiamo?” la risposta è “sì” per tutta la notte.

Mario Monti e la lotta all’evasione fiscale

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L’evasione fiscale è un reato senza vittime, era solito affermare il mio idraulico, sornione, quando lo sorprendevo infilare le mani nella tazza del cesso. Era evidente come lui avesse capito qualcosa che, invece, a me era sfuggito.
Oggi l’evasione fiscale è la piaga sociale più popolare della penisola, seguita dal fenomeno delle fashion bloggers e dal proliferare incontrollato dei parcheggi per disabili. Tutte le manovre attuate per arginarla si sono rivelate più vane della riabilitazione neuro-cognitiva tentata su Cassano dopo il recente infortunio.
Quello che emerge è lo stolido desiderio degli italiani di possedere tantissimo denaro, o comunque abbastanza da poter acquistare una quantità di musetto con le lenticchie tale da pareggiare il proprio peso corporeo.
Il governo Monti, noto per i risvolti logico-morali delle sue pensate, ha proposto una soluzione alternativa per combattere l’evasione: svalutare la ricchezza. Da oggi, in Italia, appartenere ai ceti più abbienti sarà così insopportabile da spingere i cittadini a liberarsi dei propri averi e donarli allo stato. Vediamo nel dettaglio alcuni punti della manovra.
Naufragi.
Le navi da crociera, da sempre un privilegio per pochi, affonderanno, trasformando una vacanza all’insegna dello sfarzo in un incubo agghiacciante. A svalutare questo tipo di divertimento non sarà tanto il numero delle vittime quanto la cucina a bordo della nave che, paragonata ai pasti offerti dalla protezione civile, sembrerà irrisoria e senza scopo.
SUV.
Da una recente statistica che mi sono appena inventato, emerge che, per il 78% degli intervistati, il guidatore di SUV rappresenta “lo zenith del ragionamento mongoloide”. Questa nomea assieme a quella più tenue di “assassini a sangue freddo” e ai sempre più frequenti linciaggi pubblici contribuirà a rendere impopolare questo autoveicolo.
Prostitute.
Le escort, o puttane d’alto bordo, attualmente frequentate dalla créme della società italiana hanno tutte il cazzo e rientrano nella categoria dei transessuali. Da Marzo 2012 è previsto che questi omoni chirurgicamente modificati ricoprano esclusivamente ruoli attivi durante la copula. Gli esperti sostengono che tale accorgimento dovrebbe rilanciare i più abbordabili puttanoni da tangenziale. Tuttavia permane lo scetticismo. Staremo a vedere.
Vestiti firmati.
Indossare abiti firmati diventerà imbarazzante a causa dell’incontrollata emorragia di griffe taroccate. Basterà indossare un abito di Gucci per essere definiti bonariamente “dei pezzenti di merda” e accusati di comprare i vestiti dai negri. Torneranno in auge i vestiti delle nonne, confezionati in tempi non sospetti e dannatamente vintage.
Cortina e turismo di lusso.

All’aumentare del divario economico tra avventore e ristoratore (ovviamente intendiamo i dipendenti del locale, non i proprietari che sono ricchi) aumenterà il grado di nefandezze che verranno compiute nei locali privati dell’esercizio commerciale. È fatto risaputo che a Cortina, già da diversi anni, ti cagano nella cioccolata calda.

Scopri quanto vali in Euro (per ragazze)

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Il capitalismo continua indisturbato a regnare il mondo. Ogni cosa ha il suo prezzo e voi stessi potete essere monetizzati. Ecco qui un semplice test che rivelerà alle signorine quanto valgono in euro nel mercato attuale. 
la risposta A da 4 punti, la B 3, la C 1, la D 0 punti. In fondo il risultato.

1 – Quanto sei alta?
A – Tra 1,70 e 1,85 cm
B – Tra 1,60 e 1,70 cm
C – Più di 1.85 cm
D – Meno di 1,60 cm

2 – Quanto pesi?
A – Tra 45 e 55 Kg
B – Tra 55 e 75 Kg
C – Più di 75 Kg
D – Meno di 45 Kg


3 – che misura di reggiseno porti?
A – Quarta in sù
B – Terza
C – Seconda 
D – Prima in giù

4 – Con quante persone sei stata  a letto?
A – Più di 100
B – Da 20 a 100
C – Sono vergine
D – Da 1 a 20

5 – Cosa ti piace fare a letto?
A – Fellatio con ingoio
B – Sesso anale
C – Tante posizioni diverse
D – Amore classico con coccole finali

6 – Titolo di studio?
A – Terza media
B – Diploma
C – Laurea triennale
D – Specialistica o master

7 – Quanto pesa tua madre?
A – E’ in perfetta forma, tra 50 e 60 Kg
B – Si è un pò lasciata andare, tra i sessanta e i novanta
C – Le diga è crollata, più di 90 kg
D – Trova la domanda offensiva per la dignita della donna che al giorno d’oggi bla bla bla…

8 – Che ti tipo di vagina hai?
A – Burger Pussy
B – Rivergination
C – Chicken
D – Borse della spesa

9 – In quale stanza della casa preferisci trascorrere il tuo tempo?
A – Cucina
B – Camera da letto (per le cosucce sporche)
C – Bagno
D – In salotto la domenica pomeriggio parlando al telefono mentre c’è la partita

10 – Cosa ti piace fare di più?
A – Scopare
B – Shopping con le amiche
C – Passeggiata romantica col mio amore
D – Parlare

Risultati:
DA 0 a 10 punti: Non vali un cazzo. Il mercato attuale ti valuta all’incirca sui 10 €, meno di una cassa di birra.
Da 10 a 20 punti: Non sei proprio da buttare via, il tuo valore si aggira intorno ai 100, 150 €. Barattarti con una playstation 3 però è ancora conveniente.
DA 20 a 30 punti: Cominciamo a ragionare, si fa un bel salto. Il tuo valore può andare dai 2000 ai 30000 €, sembri carina e stupida, una mogliettina idelae.
DA 30 a 40 punti: Complimenti, sei una bella figa tettona, completamente idiota, disposta ad ingoiare e cucinare. Pochiisime sono come te al mondo. Il tuo valore va dai 500000 € in su. Inestimabile! (scrivi il tuo numero di cellulare a loltreuomo.info@gmail.com).

(Se sei un ragazzo, scopri QUI quanto vali in Euro)

XXX

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Accalcate sotto il pulpito, intabarrate come dei cosacchi dopo una battuta di caccia, si spingevano l’un l’altra per guadagnarsi il posto più vicino al palchetto in legno cinto da coccarde dorate.
La signora Berma oggi era più bella del solito. Si era addobbata con una pelliccia di ratto muschiato con tonalità tendenti al grigio, sembrava avesse fatto il bagno in un forno crematorio. Anche il suo viso ricordava vagamente il colorito di una casa cantoniera: la quantità di cerone steso sulle sue guance non era dissimile da quello di un eunuco alla corte di quella rompicoglioni della Turandot.

Oltre il pellicciotto potato male, indossava un cappello color tortora a forma di nido. Non era affatto di cattivo gusto – in confronto al mantello peloso faceva la sua bella figura, un po’ come quando vedi due donne grasse e scimmiesche, ma una ha i baffi e l’altra no. Questo cappello le rendeva un’aria regale e le assicurava anche l’appartenenza a una precisa classe sociale, sottolineata per altro da un anello purpureo. La pietra preziosa era talmente preziosa che non si poteva guardare senza perdere almeno una diottria, infatti ogni qual volta uno dei suoi amichetti si arrischiava a farle un baciamano il suo aspetto mutava pressappoco in quello di uno dei pastorelli di Lourdes dopo aver visto la madonna. Insomma, la Berma era una di quelle virago che non si faceva mancare alcunché. Oltretutto godeva di una stima sociale determinata dalla sua fama di meretrice.

Quel pomeriggio la Berma era carica di orgoglio e aspettative, quel giorno la Berma avrebbe incontrato Carlos Pequeño. La folla era agitata come una mandria di bovini, lottavano ferocemente tra di loro senza ritegno alcuno. Un bastone di mogano volò sopra le teste fiorite delle madame, roteò vorticosamente in aria per qualche secondo fino a sfondare l’acconciatura da prima comunione di una delle presenti. A quell’ignoto affronto seguì un urlo strozzato: “monarchica”! Degli spaghetti al pomodoro finirono in faccia a qualcuno che rispose con l’apertura di un estintore. La security ormai era stata annientata, le rampanti signore erano più cariche di un proletario. Dei fumogeni dal fondo incendiarono i capelli di una che, presa dal panico, iniziò a emanare flatulenze importanti. Intorno a lei si creò il vuoto, poi la cacciarono via a bastonate. Un’invasata correva nella sala completamente nuda e toccava i sederi alle altre. Un nano faceva dei salti mortali e si lanciava da una parte all’altra della sala aiutandosi con delle liane. Uno struzzo infastidiva la borsetta a forma di casa di babbo natale di una delle presenti. La Berma sbuffò incollerita e, divaricando le braccia come una pollastra, tentava di difendere il territorio.
Un colpo di fucile interruppe il grugnire delle sottili figurine di lardo di Colonnata. Le petronille attonite si immobilizzarono come per effetto di un’ipnosi. Le trombe suonarono e Carlos Pequeño irruppe nella sala cavalcando una giumenta saura. Il silenzio calò come calano i mutandoni di una suora. Alla visione del loro idolo le vecchie dentiere tremarono, immobili come mai prima, si sarebbero credute morte se non fosse stato per la quantità indescrivibile di ori coi quali addobbavano le loro carcasse. Ammutolite e impavide, per un istante abbandonarono le loro velleità femminee per contemplare il sublime. La Berma, col mento alzato verso l’avvenire, protendeva lo sguardo al di là delle sciatte sue rivali, in estasi. Pensava di aver raggiunto il punto di svolta della sua vita, il momento nel quale una donna può anche decidere di rinunciare all’attività sessuale per dedicarsi a un ideale più nobile. Una prorompente matrona cinta da della seta smeraldo disse “se non fosse per l’ictus fulminante che ha immobilizzato mio marito durante un amplesso con un caprino, seguirei i consigli di Carlos alla lettera”. La Berma arricciando il labbro destro si limitò ad annuire. Tutte sognavano di poter trascorre un’ora della loro misera vita assieme al grande Pequeño, lui che aveva sconfitto la politelia e diminuito la possibilità di contrarre la sciatalgia al di sotto dei vent’anni, lui che trattava le donne come dei sufflè da sgonfiare, lui che piuttosto di avere della servitù asiatica aveva addestrato un allevamento di scoiattoli inglesi per aiutarlo a fare il bagno caldo. Solo un uomo aveva superato, nella classifica del cuore di lor signore, personalità come Topper Harley o Alfred Howthorn Hill, e quest’uomo era Carlos Pequeño. Quel qualunque giovedì grasso, nel quale i bambini avrebbero rincorso i carretti ricolmi di frittelle colanti olio e i nonni avrebbero cercato invano di rimediare un’uscita a quattro con dei travestiti, non sarebbe poi stato un giovedì così qualunque. Quel giorno avrebbe potuto cambiare la vita di una di loro. Sarebbe bastato un battito d’ali di farfalla a scatenare un maremoto in Polinesia in cui sarebbe morto il principe d’Inghilterra la quale salma andata perduta durante il rientro in Europa avrebbe obbligato la zia del reale a rimandare la tumulazione e quindi a licenziare l’impiegato delle pompe funebri che non era altro se non il fratello depresso e alcolista di Pequeño (da qui il nome della ditta: Pequeño mas peño). Quel giovedì semi feriale avrebbe potuto far impennare la curva della soddisfazione femminile più di una mela caramellata annusata sugli Champs Elysée innevati. Indiscutibile era il fascino di un consumatore raffinato di Peyote come Carlos Pequeño.
Se solo riuscissi ad essere io, giuro che non comprerò più nulla in saldo” pensava tra sé e sé le Berma. Lei era convinta di farcela. Aveva riletto la lettera di presentazione almeno tre volte, l’aveva guardata in controluce, l’aveva profumata con l’acqua di colonia, l’aveva stirata e le aveva anche comprato l’ultimo mini pony della barbie. Era tutta rosa come le migliori creazioni di Carlos, e per darsi un’aria di creatività atipica aveva anche ritagliato tutti i bordini del foglio con dei decori a forma di gargoyles. Niente più oramai la separava dal suo obiettivo. L’aria mutò in un istante, l’orchestra sinfonica smise di suonare l’inno ceco “Jozin z bazin” e la Berma ricollocò il vagare del suo pensiero all’interno del suo cervello, che seppur datato era assicurato. “Siete pronteee?” urlò lo scoiattolo di Pequeño che teneva il palco con grande maestria. Le gentili dame ipocondriache avevano ormai dimenticato tutte le noie delle loro vite quotidiane, avevano dimenticato di non aver spento il forno prima di uscire e ormai non pensavano più al giardiniere ghanese che si occupava di raccogliere le foglie secche del giardino. Nelle loro teste un unico pensiero: avere Carlos. Divaricarono all’indietro sederi, bastoni, fenicotteri e borsette, creando una linea contigua tra i loro nasi e la fibbia a forma di “C” stagliata sui pantaloni bianchi del loro eroe. Una di loro aveva tirato fuori del profumo e iniziato a spruzzarlo nella sala provocando del vomito nella vicina. Entrambe furono fatte uscire con le liane scortate dal nano. La Berma manteneva le prime file. Carlos, in piedi sopra di uno sgabello fucsia ricoperto di diamanti, disse “Muchas gracias, muchas gracias” facendo degli inchini verso la platea rapita da cotanta magnificenza. “Yo vivo para ti, mie signore. Da quando ho decidido di decicarme al vostro mundo, yo entendido que la gente mal comprende la natura de las mujeres majore de sesenta. Voi siete delle creature magnifico, lleno de magia e sensualidad. Dovete essere libere de manifestar en plenidad su feminidad. Ahora, hoy estamos aqui por demostrar al mundo que la donna non può perdere nunca mas la sua beleza. Nunca mas”. Gli applausi salivano arroganti nella sala che ormai era gremita al punto che finestre e porte traboccavano di sottane e cagnolini. “Ahora, solo uno di voi madame serà la fortunata a posare con migo por la campania pubblicitaria de la nueva collecion de “bragas de Carlos” (ndr. Mutandoni di Carlos). Vi rendete conto de la importancia d’esta posibilidad unica en la vida. La foto con Carlos en mutandoni de griff de Carlos Pequeño”. Applausi. Una virago presa dall’emozione aveva cominciato a strappare i capelli a una poveraccia che le stava vicino, altre flatulenze incontrollate s’insinuavano nell’aria. Un’altra, che si era arrampicata sul lampadario di cristallo, precipitò a terra ma quasi nessuno si accorse, tranne il nano che ne uscì menomato. Dal fondo un coro s’alzò al grido di “Carlos Pequeño es un sueño” e mille voci si unirono e tutte insieme urlavano “Carlos Pequeño es un sueño”. La Berma stava per avere un orgasmo.
Carlos ricevette dai suoi scoiattoli una pergamena in laminato d’oro con su scritti i nomi delle finaliste, dunque quello della vincitrice. Gettò uno sguardo sotto il palco come a sottolineare la sua magnificenza, la sua impalpabile virilità. Lui che, vestito di bianco, sembrava un angelo a una convention di benzinai; lui che, con quei capelli lunghi e corvini, sembrava un corvo in uno stormo di anatidi; lui che raffinato nei modi, sembrava una teiera di porcellana in un servizio di tazzine vinto alla pesca di beneficenza. Molto più che un bizantino, Pequeño sembrava una folata di vento su una parrucca fissata male. Tese la lastra davanti a sé “señores, attencion. Basta flatulencias e basta violencia, noi siamo por la paz en vietnam porque los animales deben porseguir son comunismo en libertad. Ahora, aqui yo el nome della madame fortunata. Es la señora Mediatrice Berma”! Al risuonare del nome “Berma” nella sala attaccò un motivetto celebre negli anni novanta cantato da un gruppo di successo, i vengaboys. Cadevano cosce di cotechino dal soffitto e ciuffi di topinambur spuntavano dal pavimento in legno. Una moltitudine di nani seguiti da struzzi iniziarono a girare per la sala su dei pattini a quattro rotelle con dei vassoi ricolmi di pasticcio. D’alcol ve n’era a volontà. Le luci erano di mille colori, e ricreavano l’immagine del cubo di Rubik sulle pareti. Tutte danzavano in cerchio, creando degli eterni ritorni dell’uguale concentrici. Solo un serpente venne schiacciato inavvertitamente da una maldestra danzatrice. Erano tutti talmente rapiti nel loro impeto di gioia e opulenza che nessuno si accorse che il corpo privo di sensi della Berma riposava asciutto tra bucce di cotechino e pezzi di besciamella. Il suo cuore non aveva retto all’immensa soddisfazione che Carlos Pequeño le aveva procurato quel pomeriggio di un giovedì grasso qualunque. Era spirata così, senza tante pretese, senza tanti se o ma. Era spirata con dignità – anche se lo struzzo di Pequeño continuava a strusciarsi sul suo bastone emettendo piccoli gridolini di piacere. Fu così che Mediatrice Berma, miseramente, cedette al suo sogno di posare nuda con addosso solo i mutandoni di pizzo beige di Carlos Pequeño.
Vittoria Sgarbo

Hai sempre voluto un animale di taglia media

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M. è una signora di 45 anni. Tramite una reazione chimica di ossidazione, molecole di colore le sono penetrate nei pori del fusto dei capelli, conferendo alla sua chioma il color biondo cenere. Da anni porta i capelli a mezza lunghezza. La ciclistica dell’acconciatura di M., fa si che due ciocche di capelli anteriori, separate dall’attaccatura centrale, ondeggino seguendo l’inerzia dei suoi movimenti. Ad ogni passo di M. queste si scontrano con la montatura degli occhiali tondi indossati per correggere la miopia. Il fisico di M. resiste all’incedere del tempo ma la sua pelle è solcata dai segni delle troppe sigarette fumate negli anni. La si potrebbe, tuttavia, considerare una bella signora.

M. è sposata con G. da 17 anni. G. è un modesto medico di provincia mentre M. insegna matematica in un liceo scientifico. Insieme incarnano una coppia della medio borghesia perfettamente adattata al proprio contesto sociale. M. e G. prendono parte a tutte le attività organizzate per le persone della loro estrazione sociale. Durante la settimana cenano alle sette e trenta, durante la cena guardano uno fra i tanti giochi a premi proposti dal palinsesto serale e provano a indovinare le risposte prima che lo facciano i concorrenti. A volte ci riescono altre volte no. Dopo cena guardano un film scegliendo fra le varie offerte della tv satellitare. Se c’è qualche partita di coppa, G. la guarda svogliato mentre M. si butta a letto a leggere uno fra i tanti thriller svedesi che vanno di moda. Capita non di rado che la loro parrocchia proponga degli incontri con personaggi reduci di fama o vagamente impegnati in attività di volontariato. I due coniugi prendono parte a quelle serate con entusiasmo e curiosità. Il venerdì vanno a teatro, da cinque anni sono abbonati a due posti in platea. Abbonata ai posti accanto ai loro c’è una coppia che li assomiglia e con cui da un paio d’anni condividono pedissequamente quell’appuntamento settimanale. Chiacchierano in modo generico di arte d’intrattenimento e scivolano sui commenti con leggerezza. Il sabato escono a cena con due coppie che hanno grossomodo la loro età. Sono amicizie di vecchia data conservate per rispondere alla necessità viziata e indomabile di contatto sociale. La domenica è la giornata jolly da trascorrere o nella più totale inerzia o svolgendo qualche attività estemporanea ma prevedibile. Per esempio, i coniugi G., possono andare a una mostra di fotografia organizzata nel piccolo museo comunale. Altre volte decidono di prendere la macchina e andare a passeggiare nel centro di qualche comune limitrofo. Nel periodo dei saldi si recano all’outlet per rimpinguare il guardaroba. La domenica è anche la giornata che M. dedica ai mestieri di casa mentre G. segue il campionato di calcio.
M. e G. si vogliono molto bene. Quasi una volta al mese fanno l’amore con discreto trasporto nonostante la zavorra fisica ed emotiva accumulata negli anni. A dispetto dell’impegno costante non hanno figli, perché G. ha un numero di spermatozoi piuttosto basso e i pochi girini che nuotano nella sua sacca scrotale sono pigri e disorientati. Da quasi dieci anni hanno smesso di desiderare un figlio. Sulle prime pensavano di sublimare alla mancanza di prole acquistando un cane di media taglia ma con il passare del tempo l’intenzione è venuta meno e si sono abituati al pensiero di risolversi in una relazione diadica.
Era maggio, un lunedì per l’esattezza, e M. durante la seconda ora stava interrogando F. sulle disequazioni. F. rosso in viso aggrottava la fronte per fingere di rovistare tra i ricordi la codifica di quella striscia di simboli tracciati alla lavagna. Dentro di se, F., sentiva il peso dell’ignoranza e pensava a quanto sarebbe ancora durato quel supplizio. Aspettava solo di essere rimproverato per la sua negligenza e di essere rimandato al posto con una pessima valutazione. Il resto della classe era paralizzata da un’agitazione silenziosa. Il mutismo di F. avrebbe concluso precocemente l’interrogazione lasciando tutto il tempo per una seconda esecuzione. Pochi minuti e liberato il patibolo sarebbe stato il turno di un altro condannato.
– Non ricordi come si fa? – chiese M. con tono perentorio
F. non ebbe cuore di rispondere a quella domanda retorica e si limitò ad abbassare lo sguardo verso il gessetto bianco che gli sporcava le dita. La botola era aperta e ora dondolava appeso alla corda tesa del cappio. Presto l’agonia sarebbe cessata.
– Vai al posto. Ti metto impreparato. Proverò ad interrogarti la prossima settimana. Bada che si tratta di un favore. Quest’anno rischi di brutto.
F. umiliato sentiva il suo corpo recuperare l’omeostasi mentre inesorabile tornava a sedersi.
– È presto, faccio in tempo ad interrogare un’altra persona. Vediamo. – M. aprì il suo registro e con l’indice della mano destra tracciava delle linee immaginarie che andavano dall’elenco dei nomi incolonnati sulla sinistra fino all’elenco dei voti sulla destra della pagina. La classe attendeva in religioso silenzio la sentenza. Gli occhi di tutti erano fissati sulla macabra danza di quel dito nell’incerta speranza di coglierne la posizione sull’elenco. Il dito si fermò e colpì il foglio con una caduta quasi impercettibile Fu il terrore a trasformare quel gesto in un fragore sordo.
– Bene, allora interroghiamo L.
L. sbiancò e sotto il banco strinse il pugno come per sincerarsi che quella tragedia si stesse davvero compiendo. Il resto della classe liberò l’aria da troppo tempo trattenuta all’interno dei polmoni. L. si alzò lentamente e prese posto davanti alla lavagna, impugnò il gessetto e guardò M. con occhi vuoti.
In quell’istante bussarono alla porta dell’aula.
Entrò la bidella, una graziosa vecchina dai capelli grigi permanentati, fasciata in un grembiule azzurro decisamente vintage.
          Professoressa, può venire un momento c’è una telefonata per lei.
          Ragazzi torno subito. L. aspettami qui e intanto risolvi la disequazione cercando di fare meglio di F.
M. uscì dalla porta lasciandola aperta, un gesto teso a mitigare la spirale parossistica di baccano che si auto genera quando la classe viene lasciata alla mercé del suo buon senso. Un gesto inutile il cui unico effetto è quello di diffondere il sapore della libertà lungo tutti i corridoi delle scuola. L. imprecava con veemenza elemosinando aiuti dai compagni più diligenti. D’altra parte, questi ultimi facevano i difficili per ritagliarsi una piccola rivincita personale. In cuor suo L., sperava che la professoressa non sarebbe tornata ma era troppo privo di fede per credere ai miracoli.
Era maggio, un lunedì per l’esattezza. G. stava correndo lungo l’autostrada per raggiungere il capoluogo della sua regione. I pneumatici da 17 pollici della sua famigliare aggredivano l’asfalto rovente. Lo avevano chiamato la settimana scorsa per un consulto medico. L’abnegazione per il lavoro aveva, negli anni, conferito a G. una certa fama nel settore. Capitava quindi sovente che venisse richiesto il suo parere da colleghi al di fuori del suo comune di residenza. La dizione perfetta del giornalista diffondeva in tutto l’abitacolo le notizie del giornale radio. Dallo specchietto retrovisore pendeva un cristo che dondolava piano liberando quel surrogato di moto ricevuto dalle impercettibili vibrazioni dell’auto. Il cielo era pieno di sole e la viabilità buona.
G. pensava che avrebbe fatto in tempo, sulla via del ritorno, a fare la spesa. Era indeciso se acquistare un melone e del prosciutto crudo oppure delle bistecche da preparare nella griglia in giardino. Forse la prima idea si intonava maggiormente con il clima ma la sua indole carnivora lo rendeva debole verso la seduzione di una buona bistecca.
Le notizie alla radio lo annoiavano e sperava che presto sarebbe ricominciata la musica. Non cambiava mai stazione. Non amava qualche gruppo o cantante in particolare, semplicemente preferiva la compagnia delle note per i suoi viaggi.
In prima corsia un camion gli bloccava la strada e gli rallentava l’andatura, G. guardò lo specchietto e mise la freccia per superare. Superò il pesante camion con facilità. G. era solito rientrare subito dopo i sorpassi in autostrada, era molto critico verso chi si piazzava in seconda o terza corsia e ci rimaneva anche nel caso le corsie più a destra fossero deserte. Quel lunedì G., distratto dal paesaggio, indugiò un po’ prima di rientrare venendo meno alla sua rigorosa abitudine.
Mentre la voce del giornalista si congedava e dava appuntamento a “tra un’ora”, G. sterzò improvvisamente per evitare una piccola sagoma informe che giaceva sul lato sinistro della corsia di sorpasso.
Il signor D. era un medico molto legato a G. e a M.. D. e M. erano in piedi fuori dalla stanza in cui era ricoverato G. in seguito a un brutto incidente d’auto. Lui le stava spiegando le condizioni in cui verteva suo marito allo stato attuale, con reale empatia e trattenendo a stento la commozione.
In seguito alla brusca sterzata G. era finito fuori strada. L’impatto era stato tremendo e la macchina aveva dovuto ruotare su se stesse numerose volte prima di dissipare tutto il suo moto inerziale. Poiché si trattava di un’auto moderna, dotata di tutte le ultime tecnologie in fatto di sicurezza, l’abitacolo nonostante le forze che spingeva per comprimerlo aveva resistito evitando che G. venisse schiacciato dalle lamiere. Tuttavia durante quel vortice il corpo di G., per quanto imbrigliato saldamente nelle cinture di sicurezza, era stato sbattuto di qua e di là e il crocefisso appeso allo specchietto retrovisore si era trovato miracolosamente tra il tetto dell’auto e il suo cranio. La sua forma appuntita e la sua durezza gli conferivano un coefficiente di penetrazione tale per cui attraversò il cranio di G. come se fosse burro e andò a infilarsi nella corteccia prefrontale dorso laterale del cervello, facendo scempio di tutto ciò di organico che provava a frenare il suo scivolare.
– Quante volte gli ho detto di lasciar perdere quei feticci religiosi. – Commentò M. laconica.
– Io rispettavo la sua fede, tuttavia quanto accaduto mi fa ricredere.
– Bisogna capirlo in fondo. La sua famiglia era molto cattolica. Lui ne ha ereditato le usanze. Pensa che sua madre mi obbligava a ringraziare per il cibo prima del pranzo domenicale.
D. proseguì con le informazioni diagnostiche che descrivevano un quadro agghiacciante. Se il suo cervello era tragicamente compromesso le sue funzioni motorie non lo erano di meno. Gli strattoni subiti da G. durante l’incidente gli avevano spezzato la schiena all’altezza della quarta vertebra lombare paralizzandolo dalla vita in giù.
– L’intervento medico è andato a buon fine e tuo marito se la caverà ma come puoi immaginare i danni che ha subito saranno permanenti. A volte sarebbe meglio lasciare alla natura la libertà di manifestarsi.
– Non dire sciocchezze. Non avrei mai potuto preferire la sua morte.
– Non dico questo, solo che devi renderti conto di cosa comportano le ferite che ha subito.
– Che sarà mai di così drammatico da essere peggiore della morte?
– Tuo marito non camminerà più…
– Non ha mai amato camminare, prendeva la macchina anche per andare in edicola a comprare il giornale. Credo che gli piacerà starsene tutto il giorno in panciolle sul divano e farsi scorrazzare in giro dalla sua mogliettina. È sempre stato un comodone. Inoltre i disabili hanno un sacco di privilegi, parcheggi gratuiti, posti riservati alle manifestazioni mondane, sconti e sussidi di invalidità. Ti dirò, non mi dispiace il fatto che sia paralizzato. Certi giorni in centro è proprio impossibile trovare parcheggio.
– Ma non devi sottovalutare l’aspetto cognitivo. I danni cerebrali che ha subito sono importanti. Non sarà più quello di una volta. Il danno è localizzato a destra ed è piuttosto vasto. Il nostro G. ora è privo di reattività agli stimoli esterni. Non ci capisce. Poi…
– Poi?
– Poi non credo che tornerà ad essere autosufficiente.
– Se è per questo non lo è mai stato. Chi credi che gli facesse il bucato? O chi credi che gli preparasse la cena? Fidati, se non mi avesse sposato sarebbe morto di fame sporco e con la camicia stropicciata.
– Senza dubbio sei un’ottima moglie, però io voglio dire che l’incidente lo ha reso…è come se fosse regredito ad uno stadio infantile.
– Beata la volta! Ho sempre desiderato un figlio. Sai io e G. non potevamo averne perché i suoi spermatozoi sono timidi. Alla fine ci avevamo rinunciato. Ora finalmente potrò provare la gioia di essere mamma.
– Ma non sarà esattamente come avere un figlio. Un figlio piano piano si riempie del mondo che lo circonda e quando è abbastanza pieno comincia a interagirci a un livello sempre più complesso. G. rimarrà sempre bambino.
– Il sogno di ogni mamma se non erro? Quale madre vuole vedere il bambino che ha portato in grembo per nove mesi rivoltarsi contro di lei. Andarsene dal nido alla ricerca della propria indipendenza. Io avrò un piccolo G. tutto per me per sempre. Lo coccolerò come il figlio che non ho mai avuto finché avrò vita. Non vedo l’ora di portalo a casa.
M. è una signora di 50 anni. Tramite una reazione chimica di ossidazione, molecole di colore le sono penetrate nei pori del fusto dei capelli conferendo alla sua chioma il color biondo cenere. Da anni ogni week end porta a spasso il marito paraplegico e demente per le vie del piccolo comune dove abitano e sono felicemente sposati. Suo marito guarda fisso nel vuoto con un sorriso ebete stampato sul viso mentre sua moglie spinge la carrozzina con un’espressione carica di affetto.
Entrambi non potrebbero essere più felici di così.

Hilding Fritz Skov

Saranno famosi

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Ci divertivamo così il sabato pomeriggio, dileggiando i malati terminali del reparto oncologia. Ci introducevamo durante l’orario delle visite per intraprendere lunghe conversazioni con i pazienti che attendevano qualche parente o qualche amico. Erano bellissimi nella loro sofferenza, una sofferenza senza alcuna ricompensa, a meno che la morte non si consideri tale. Questi esseri umani ormai prossimi alla data di scadenza erano estremamente vulnerabili quando ci approcciavamo a loro. Era facile avvicinarli con qualche menzogna; ad esempio fingendoci membri di qualche associazione di volontariato o dei semplici cittadini responsabilizzati che si sentivano in dovere di donare qualche ora del loro tempo ai meno fortunati. Instauravamo un rapporto di fiducia con la vittima in pochi minuti, tanto necessitavano di conforto, dopodiché approfittavamo del fianco scoperto che ci mostravano per canzonarli allegramente. Quando poi cominciavano a piangere e a chiamare le infermiere sbraitando, il piacere si mutava in orgasmo. Quelli che davano più soddisfazione erano gli uomini sposati; era bellissimo descriverli

le meravigliose fellatio che le loro mogli avrebbero fatto a ciurme di scapoli dopo la loro morte. Poi scappavamo a gambe levate. Non eravamo cattivi, credo. Forse il nostro comportamento era dettato da un bisogno inconscio di catarsi aristotelica, di purificazione, di sublimazione delle nostre più recondite paure, di esorcizzazione dell’angoscia della morte. O più semplicemente eravamo solo dei poveri stronzi. Che volete farci, era sempre stato questo il nostro passatempo preferito, fin dalle elementari, quando prendevamo in giro i bambini a cui era morto un genitore. Sempre noi tre: Asdrubale, Renato ed io. Inseparabili. Dopo un po’ di tempo però divenne sempre più difficile compiere le nostre scorribande. Ovviamente una volta introdotti in un reparto non potevamo più entrarci, ci avrebbero sicuramente riconosciuto con tutto il clamore che provocavamo. Perciò fummo costretti a lunghe e pedanti trasferte fino a che la noia degli interminabili viaggi in automobile per raggiungere qualche ospedale sperduto non divenne più forte della gioia che ci procurava torturare i terminali. Seguì un lungo periodo di tristezza e di baratro creativo. Un giorno Asdrubale, forse il più geniale tra noi, fu benedetto da Dio con un’idea folgorante. Alcune idee, si sa, viaggiano nel vento, sono sempre accanto a noi; dobbiamo solo avere l’accortezza di fermarci ad ascoltarle per poi farle nostre. Ed anche in questo caso l’idea di Asdrubale era sempre stata lì, sotto il nostro naso, aspettando che qualcuno di noi si degnasse di badarla. Il piano era più o meno questo: stuprare la mia fidanzata per poi costituirci e salire alla ribalta delle cronache nazionali grazie al caso mediatico volontariamente procurato. Mio Dio, il solo pensiero di finire a pomeriggio cinque con la D’Urso che ci intervistava ci faceva tremare di gioia mista ad eccitazione. Magari avremmo conosciuto anche Morelli. Per un attimo pensammo di non farne più nulla perché fantasticare sulla cosa era forse più bello che compierla, come scopare del resto. Ma solo per un attimo.

La settimana successiva, di martedì, stuprammo la mia ragazza in un parcheggio della Conad, un po’ incazzati perché nella colluttazione iniziale la puttana aveva rovesciato una cassa di birra in offerta appena comprata; questo però ci diede la carica necessaria per completare il lavoro. Dopo aver abbandonato la nostra vittima su un carrello della spesa, tornammo a casa mia in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine. Niente da fare, nessuna chiamata, nessuno a sfondare la porta per arrestarci. Niente di niente. Il giorno dopo ci recammo a casa della mia fidanzata per capire cos’era accaduto. Venne fuori che alla vacca era piaciuto un sacco farsi penetrare violentemente dai nostri piselli, e ci implorò in ginocchio di seviziarla ancora, se possibile rincarando la dose di violenza, altro che denuncia. Sconfitti dalla vita ce ne tornammo con la coda tra le gambe nel nostro ammuffito rifugio. Questa volta però Gesù ci baciò subito, perché a Renato venne in mente di cercare un ragazzino affetto da sindrome di Down, picchiarlo violentemente, filmare tutto con una telecamera e pubblicare il video su Youtube. Successo garantito. Frequentammo per un po’ di tempo una cooperativa sociale (le cooperative sono traboccanti di mongoloidi) finché individuammo il soggetto più adatto alla nostra impresa, ovvero quello con lo sguardo che esprimeva più pietà. Una mattina di Luglio, guadagnata la fiducia dei genitori fingendoci dei postini di Maria De Filippi, caricammo l’handicappato sulla mia Punto per dirigerci in un boschetto a poca distanza da casa sua. Una volta linciatolo e filmato, riconducemmo il disagio trisomico a casa, giustificando i lividi ai genitori affermando che erano stati causati da una caduta di Platinette in studio, ma che comunque la registrazione era andata benissimo. Ci fiondammo a casa per uploadare il video sul tubo. Le successive ventotto ore le passammo con gli occhi incollati allo schermo per controllare gli aggiornamenti delle visualizzazioni. Niente da fare: nessuno ci cagava. Forse era colpa del monopolio di Claudio Scazzi, entrato da poco nella scuderia di Lele Mora. Dov’è l’Antitrust quando serve?
Sta di fatto che dopo una settimana di spam in tutti i blog e siti web del mondo avevamo ottenuto solo un centinaio di visualizzazioni. Ma cosa bisogna fare per ottenere un po’ di celebrità? Un esperto di webmarketing contattato via mail ci disse che eravamo arrivati tardi: il cyberbullismo era passato di moda già da sei mesi. Decidemmo di ricorrere all’omicidio come extrema ratio. Almeno un trafiletto su un quotidiano locale lo avremmo ottenuto, cazzo. Renato pensò che la figlioletta di dieci anni di Arturo, il suo dirimpettaio, sarebbe stata una vittima piuttosto abbordabile. Sapeva infatti che tornava a casa da scuola tutta sola e intercettarla durante il tragitto sarebbe stato un gioco da ragazzi. Senza perdere altro tempo, il giorno dopo squartammo la bambina dentro una casetta di legno situata in un parchetto vicino le elementari “Alessandro Baricco”. Questa volta, per evitare che la giovinetta fosse felice di essere stata ammazzata, ci presentammo in questura portando con noi il cadavere. Finalmente ci arrestarono. Ah che gioia infinita. Attraverso le sbarre della piccola cella dove ci avevano rinchiusi, riuscivamo a vedere i furgoncini delle reti televisive che cominciavano ad assediare l’ingresso della questura. Ormai era fatta, per fortuna il giorno prima ero stato dal parrucchiere. Restammo lì, in attesa di essere intervistati, ripresi, assaliti. Sfruttammo quei tempi morti provando tra noi le espressioni da assumere nel momento fondamentale della giornata, ovvero quando ci avrebbero fatto salire su un auto della polizia. Dopo sei ore però avvenne la tragedia. Entrò il commissario e ci disse, con aria rassegnata, che eravamo liberi da qualsiasi accusa. Potevamo tornare a casa. Non potevamo crederci. Perchè? Cos’era accaduto? Saltapadella, così si chiamava il commissario, ci disse che il padre della bambina si era costituito confessando l’omicidio. Com’era possibile? Noi avevamo le prove: il machete sporco di sangue, le nostre impronte su tre coltelli, il cadavere, tracce del nostro sperma nello stomaco della vittima.
“I giornali hanno deciso che l’assassino della piccola è il padre: è molto più interessante un genitore assassino rispetto a tre cazzoni come voi. Non posso farci niente ragazzi. Mi dispiace tanto” disse Saltapadella. Quel pezzo di merda di Arturo ci aveva inculato alla grande Noi a romperci i coglioni ad assassinare sua figlia, e lui a prendersi tutti i meriti. Sapevo che dovevamo ammazzare un nostro parente, uccidere un conoscente non porta ad alcun risultato. Nei tre mesi successivi il faccione di Arturo occupò tutte le copertine dei giornali e i servizi televisivi. Tra un grado del processo e l’altro riuscì anche a partecipare alla Talpa, classificandosi secondo dopo Padre Fedele. Noi invece, annegammo inconsolabili nella mediocrità.
Questa è la mia storia, la nostra storia: tre amici che non desideravano nient’altro che un po’ di notorietà. Per essere felici, spensierati, ricchi da fare schifo. Ho scritto questo breve racconto autobiografico nella speranza che qualcuno prima o poi voglia pubblicarlo da qualche parte, sperando in un futuro migliore e sorridente, un futuro dove poter stuprare picchiare ed ammazzare senza essere scagionati e abbandonati nel dimenticatoio. In attesa che aprano il nuovo reparto di neurologia nell’ospedale della nostra città.

Stralci di capitalismo post fordista

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Immaginate la sorpresa del commissario Ciucci quando la mattina del 13 settembre alle ore dieci e ventisette minuti, Ugo venne a denunciare un furto.

Ugo era un clochard altrimenti noto come “il barbone in pensione” per via della sua longevità. Aveva sessantotto anni compiuti, una lunga chierica di capelli ingrigiti dallo smog e resi ispidi come code di ratto dall’incuria, occhiali da vista tondi alla Michel Focault, sei incisivi su otto e due scarpe differenti. L’ultimo era un piccolo tocco eccentrico che Ugo si concedeva come tratto distintivo.

– Mi hanno rubato il portafoglio commissario.

– Non dica sciocchezze Ugo, lei non ce l’ha un portafoglio…e anche se lo avesse sarebbe vuoto. Non mi faccia perdere tempo con le scartoffie legali per quattro monetine.

– Ma quali quattro monetine commissario. Avevo dentro la carta d’identità, la tessera della biblioteca, il bancomat e la carta di credito. Inoltre dovrebbe farmi telefonare alla mia banca per bloccare le tessere, mi hanno rubato anche il cellulare. Devo bloccare anche quello ora che ci penso. Se quel farabutto, chiunque lui sia, si collega ad internet dall’estero con il roaming pago uno sfacelo.

Il commissario Ciucci cominciò ad annotare su di un block notes l’elenco dei beni rubati, denunciati da Ugo. Il barbone a sua volta, imprecava contro un operatore bancario che stava dall’altra parte del telefono. Al piede destro indossava una Clark classica mentre il sinistro era avvolto da una Convers blu classico. La camicia lisa era perfettamente aderente al grosso busto di Ugo quasi fosse stata ritoccata da un sarto ed eventualmente consumata ad hoc. Portava dei jeans strappati sul ginocchio destro di almeno una taglia più grandi del suo bisogno di stoffa. Una cintura di cuoio nera liscia con una fibbia povera li reggeva producendo, con la sua pressione, delle pieghe sgraziate lungo il girovita.

Finita la telefonata alla banca Ugo e Ciucci ripresero la gestione degli aspetti burocratici che seguivano il furto.

– Quanto aveva in contanti?

– Avevo prelevato il giorno prima, mi erano rimasti nel portafoglio circa cento euro.

– Cento euro!

– Il punto è che quel criminale ha utilizzato la mia carta di credito per ormai tre o quattro commissioni. Ha fatto fuori quasi seicento euro. Non è molto ma è il principio.

Il commissario era perplesso. La sua idea di “molto” era evidentemente diversa da quella del barbone. Giustificò quella faciloneria immaginando che per un individuo che vive di carità il valore dei soldi fosse lontano da quello che vi attribuisce chi è costretto a guadagnarli con il lavoro di tutti i giorni.

– Le hanno detto in quali esercizi commerciali è stata utilizzata la sua carta? E come ha fatto con la firma il lestofante?

– Ha pagato in un supermercato, un paio di negozi di vestiti e una libreria. Per quanto riguarda la firma non dovrò mica essere io a spiegarle che nel retro di una carta di credito è obbligatorio firmare.

– Appunto, si firma nel retro perché sia possibile fare un confronto tra la firma originale e quella eseguita al momento dell’acquisto.

– Capirai! Io sono un barbone analfabeta, mai letto e mai scritto modestamente, firmo come un bambino dell’asilo, imitare la mia firma è quanto di più semplice possa esserci.

– Capisco. Quanto possiede nel conto?

– Circa trecentomila euro.

Il commissario Ciucci trasalì. Prima divenne pallido come un cencio poi pensando che il barbone lo prendesse per il naso provò un accesso di collera.

– Non dica fesserie Ugo. Non può avere tutti quei soldi. Lei deve aver aggiunto almeno due o anche tre zeri alla cifra.

– Me lo hanno appena riferito quelli della banca. Cosa vuole che ne sappia di numeri e conti. Io tutte le settimane vado alla banca e deposito là quanto guadagnato che non mi è servito per mangiare. Si figuri che ogni giorno almeno un biglietto da venti mi avanza.

– Da quanti anni fa questa vita?

– Signor commissario sa, si inizia giovani, non ero nemmeno maggiorenne che i miei genitori sono morti e io rimasto solo mi sono messo a chiedere soldi nel sagrato della chiesa. Ora, dopo quarant’anni, ho imparato dove sedermi e a che orari. Soprattutto ho imparato a evitare le chiese, quella gente molla i soldi solo ai preti e quando escono da messa non hanno più carità. È un’occupazione onesta e si guadagna bene pensi che…

Ciucci aveva smesso di ascoltare Ugo perché la sua concentrazione era completamente focalizzata al calcolare quanto facesse venti euro per quarant’anni. Una grossa vena gli pulsava in fronte scendendo verticalmente verso il naso. Pulsava di ragionamento ma la matematica del commissario non era migliore di quella del clochard.

In preda alla più sincera curiosità Ciucci si assentò un attimo e frenetico si recò verso il computer del suo ufficio. Accessori, calcolatrice e lentamente con meticolosi click del mouse compose il calcolo sul tastierino virtuale. Quarant’anni per trecentosessantacinque giorni per venti euro. Duecentonovantaduemila euro! Attonito ma non ancora rassegnato alla possibilità che un barbone possedesse molto più di quanto lui stesso sognava di avere in banca, Il commissario si rivolse sornione al collega che batteva troppo forte sulla tastiera del computer all’altro capo della stanza. Gli chiese, fingendo un tono vagamente disinteressato, quanto facesse venti euro al giorni per vent’anni. Veloce arrivò la risposta: duecentonovantaduemila euro.

Senza arrovellarsi alla ricerca di ulteriori conferme Ciucci decise di dare per assodato l’ammontare e impegnarsi piuttosto a soddisfare le sue curiosità più viscerali.

– Senta Ugo, mi spiega come è possibile che un, mi perdoni, vagabondo abbia tutti i soldi che lei sostiene di avere?

– Io sono un povero ignorante e non so come funziona il mondo…so solo che se mi siedo per terra in certi posti la gente mi riempie il cestino di soldi. Quando fa freddo e si avvicina natale guadagno anche di più. A dicembre è come se guadagnassimo in due.

Un vagabondo con la tredicesima pensava il commissario.

– Ma non ha spese? Mangiare, bere, vestirsi, dormire? –

– Certo che le ho. Bella questa. Ogni domenica mi compro un intero pollo arrosto che mi costa tre euro e cinquanta e una bottiglia di vino rosso da due euro. Il resto della settimana vado alla mensa dei poveri o in estate sfrutto le sagre parrocchiali. Quelli non ti negano mai un pasto caldo pur che tu vada a mangiare altrove. Per bere il centro è pieno di fontane dove all’occorrenza posso anche rinfrescarmi il viso o addirittura darmi una lavata. I vestiti come ben saprà quelli della mia razza li prendono alla Caritas e se li fanno bastare per anni. Tanto più di così non cresco. E dormire diceva? Beh per dormire in estate non ci sono problemi, un angolo si trova sempre. In inverno o si sfrutta qualche stazione oppure ci sono dei dormitori dove ci accolgono volentieri. Ma io non li amo molto, sono troppo di moda.

– Ma mi faccia sapere, tutti i barboni sono pieni di soldi come lei?

– Più o meno. Deve considerare che io sono vecchio. Ora guadagno bene ma quando ho iniziato non era così. Ne ho dovuta fare di gavetta. Poi adesso con la crisi è dura. Soprattutto per i giovani. Iniziano a chiedere l’elemosina ma subito vengono presi per drogati. Conosco tanti bravi ragazzi che purtroppo non arrivano a fine mese perché le vecchine non si fidano dei loro sorrisi ancora con troppi denti. Più si invecchia più è facile far soldi. Che poi è sbagliato. Cosa me ne faccio io dei soldi? Sono i giovani che ne avrebbero bisogno, a me ormai non resta che comprare la bara.

Ciucci aveva appena imparato che anche nel mondo dei senza tetto esistevano gli scatti d’anzianità e per i giovani era difficile inserirsi nel mercato del lavoro. O del non lavoro.

Mentre il commissario inseriva le monetine nella macchinetta del caffè e Ugo si scusava di non avere spiccioli, entrarono nell’atrio due agenti. Entrambi stringevano con presa salda la maglietta spiegazzata di un giovane dalla barba incolta e la pelle grassa. Il ragazzo se ne stava con il capo chino pieno di vergogna e mortificazione. Teneva le mani conserte in grembo chiuse nell’abbraccio delle manette.

– Commissario abbiamo sorpreso questo ragazzo utilizzare la carta di credito del signor Ugo Ricciardi per acquistare del materiale di cancelleria. Precisamente aveva con se: tre quaderni a quadretti, una scatola contenente cinque penne bic di colore nero, un set di tre matite, una gomma da cancellare, un temperamatite, due block notes formato A4, una risma da 50 buste di plastica trasparente formato A4 e le fotocopie del libro “Theoretical assessment in clinical psychology” per un ammontare di centocinquanta pagine.

Il commissario guardò il ragazzo con sguardo severo. Poi si rivolse al vagabondo che stava bevendo il caffè generosamente offertogli.

– Che facciamo con lui signor Ugo?

Ugo si sfilò gli occhiali e li strofinò sulla camicia per pulirli. Li inforcò nuovamente e guardò il giovane con compassione.

– Come ti chiami ragazzo?

– Mi chiamo Marco. – Rispose il giovane ladro trattenendo a stento le lacrime.

– E quanti anni hai Marco?

– Ventisette. – Sensibilmente provato dalla forte emozione, Marco, tirava su la goccia che gli colava dal naso.

– E cosa fai nella vita?

– Ho un dottorato di ricerca all’università.

Tutti nella stanza si guardarono provando una sincera pietà per il giovane ragazzo che mortificato guardava le scarpe del barbone.

Ugo, si rivolse al commissario Ciucci. – Intendo ritirare la denuncia, poveretto.

Il commissario Ciucci, seppur uomo di legge, non ebbe cuore di infierire contro il povero dottorando. Accettò senza commentare la volontà del clochard e straccio l’abbozzo di verbale che aveva stilato fino a quel momento.

– Figliolo, io capisco la fame e la miseria, ma rubare è sbagliato. Sei giovane e forte. Cercati una vera fonte di reddito. Qualcosa che ti permetta di mangiare del pollo la domenica. Non serve che mi restituisci i soldi, solo promettimi che cercherai di fare qualcosa della tua vita.

Il senza tetto Ugo Ricciardi sorrise e diede una paterna pacca sulla spalla al giovane Marco.

Hilding Fritz Skov