Mese: febbraio 2012

Manuale per non restare zitelle

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La redazione dell’Oltreuomo è stata recentemente sommersa da lettere dal contenuto tragico e insoddisfatto. Migliaia di ragazze disperate ci hanno scritto chiedendo dei consigli per riuscire a trovare un fidanzato e tenerselo stretto. Non potevamo restare indifferenti a quelle rismedi fogli inzuppate di salate lacrime, perciò abbiamo deciso dicostituire un piccolo manualetto che potrà aiutare le giovani zitelline a non fare la fine di Crudelia De Mon.

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Breve, ma utile, guida alla disobbedienza civile

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Troppo spesso chi manifesta non è preparato a farlo. Il problema è la mancanza di un corso di laurea che illustri i punti chiave di un’azione di protesta. Ma anche se ci fosse i protestanti non sarebbero in regola con gli esami. Pazienza.
L’oltreuomo, da sempre impegnato nel sociale, vi offre un estratto della “breve, ma utile, guida alla disobbedienza civile” di Woody Allen. Studiata con cura offre una serie di utili consigli per chi volesse rovesciare un governo o far cambiare il nome a una via.
Buona lettura.

Jizz in my pants

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Quante volte vi sarà capitato di farvi sorprendere dai singulti dell’eiaculazione precoce. Sono attimi agrodolci in cui si rimane sospesi tra il piacere del risolto e l’imbarazzo verso il partner attonito. Noi dell’Oltreuomo siamo talmente abituati a non superare le quattro spinte pelviche che, negli anni, abbiamo raccolto un campionario di frasi “salva slip” per sublimare la vergogna.
Applicate con attenzione i consigli che seguono e anche voi riuscirete a trasformare un coito prematuro in una sborrata di ottimismo.
1) Mentre eiaculate alzate le braccia al cielo e urlate “primo, ho vinto”! 
Qualsiasi donna immagina che gli uomini non siano altro che dei bambinoni competitivi. La vostra compagna interpreterà la circostanza in base al suo stereotipo più prossimo anziché su base razionale. Penserà qualcosa tipo “che carino” o “così giocherellone sarebbe un ottimo padre per i miei figli”. Lo scopo di questo stratagemma è risvegliare il suo istinto materno.
Per gli stessi motivi funziona anche mettersi a piangere singhiozzando “uffa! Tutte le volte così!”
2) Prendete un kleneex e cominciate a pulirvi. Senza guardarla dite con grande calma “scusa ma mi stavo rompendo il cazzo”.
L’utilizzo di questa scusa serve a spostare, con eleganza, il piano del problema dalla vostra debacle a l’inadeguatezza della vostra compagna. Le donna, insicura per natura, inizierà a domandarsi dove ha sbagliato e perché. Ripasserà mentalmente tutta la serata, dalla cena al coito, interpretando a posteriori dei dettagli insignificanti come se fossero errori biblici. Dopo essersi colpevolizzata farà di tutto per farsi perdonare.    
3) Assumete uno sguardo sbigottito e timidamente affermate “strano, di solito mi capita solo con le fighe”?!
Le cattiverie gratuite sono da sempre il collante tra le coppie. Questo caso specifico si regge sull’abilità squisitamente femminile di filtrare le informazioni. Della frase suggerita, l’informazione che viene elaborata dalla partner sarà “lui si fa delle fighe”. In questo modo acquisterete punti nella sua personale scala di valutazione e si vanterà con le amiche di avervi conquistato.
In questo modo è probabile che possiate farvi anche le amiche.
4) Inforcate gli occhiali precedentemente riposti sul comodino accanto al letto e spiegatele che l’eiaculazione precoce, in natura, è una caratteristica adatta alla conservazione della specie. Argomentate dicendo che durante la copula gli animali sono scoperti a eventuali attacchi di predatori ed è quindi necessario ridurne al minimo la durata.
L’effetto principale sarà annoiarla. Esattamente lo stesso effetto che avreste ottenuto se l’atto sessuale si fosse protratto.
5) Guardate l’orologio e dite “visto che abbiamo tanto tempo perché non andiamo in centro a fare shopping? Offro io”!
In questo modo le procurerete l’orgasmo e l’asimmetria sarà appianata.

Ho sognato Freud, che significa?

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“È come un soffio di vento più forte” diceva quando lesobbalzava il cuore.
Lei era una psicoanalista e le piaceva speculare sullapsiche e sui sentimenti. Mai che si godesse un istante nel nome di un’emozione.Doveva sempre scavare fino alle fondamenta più sterili della circostanza.Analitica fino al midollo, aveva speso mesi studiando i più grandi pensatoridella “Gestalt” e n’era uscita vergine.
Credeva nelle ideologie, per questo rifiutava l’olismo.“L’ideologia è una parte del tutto ben determinata” e ancora “la definizione diquella parte è l’essenza dell’ideologia”.
Io non capivo e quando non capivo le chiedevo d’essere piùsemplice.

“Non posso essere più semplice” mi rispondeva scocciata“diventerei comunicativa, e tu sai che la comunicazione sottrae ognideterminazione. Aspira ad essere contemporaneamente una cosa, il suo contrarioe tutto ciò che sta in mezzo tra i due opposti”.
Ammetto che forse ammazzava il dialogo, ma almeno lo facevacon stile.
Io certamente non ero alla sua altezza ma, molte volte,credo che nemmeno lei lo fosse. Spesso quando era sotto stress farneticava.Ricordo come incolpasse di ogni cosa sua madre. A volte di cose che avevafatto, altre volte di cose che le aveva fatto mancare.
Aveva il più bel culo di Santa Croce Sull’Arno. Un culo chelei con mestiere ornava indossando perizomi minimalisti. Nonostante ciò, nelsesso era un po’ rigida. Non trovava la posizione giusta e spesso si perdevanei dettagli scientifico-fisiologici della copula e dell’amplesso. Durantel’orgasmo piangeva e urlava la santità dei corpuscoli di Krauss.
Quando desiderava maggiore eccitazione m’intimava di leccarecon tocchi fugaci di lingua il terzo esterno della sua vagina e indugiare sulclitoride così da stimolare le ghiandole di Bartolini a secernere il lorosecreto. Leggermente disgustato, io eseguivo alla lettera ogni passaggio e lei,paga del mio operato, affermava che il vantaggio di prendere le cose con rigorescientifico risiedeva nella possibilità di replicare i risultati.                                                                                                                                      
Anchesui lavori di casa avrebbe potuto scrivere un saggio breve.
“Esiste un modo per lucidare i metalli cromati con la soda”oppure “per pulire l’avorio dei manici d’osso della coltelleria, strofinali consucco di limone salato”, “per togliere il lucido da un abito, inumidisci lastoffa con una miscela leggera d’acqua e ammoniaca, poi stira sotto una pezzaumida”. Mi sono sempre chiesto come facesse a sapere tutte queste cose, lei chenon faceva altro che vagare con il pensiero alla ricerca dell’insight. Ungiorno, ebbi la risposta.
Rincasai prima, per farle una sorpresa, era il nostroanniversario.
Sul tavolo dello studio c’era un libro con le pagine piantee strappate. Lessi il titolo intriso nelle lacrime: Freud per sempre. Un libro di Lacan.
Salii lungo lescale verso la camera da letto e la trovai seduta lì a gambe incrociate chemangiava cioccolata e studiava un manuale di chimica. Gli occhi gonfi, dovevaaver pianto molto.
“Lo sai chemischiando l’ammoniaca con la candeggina si produce un composto che inalato puòportare alla morte?”
Avvertivo in leiuna ricerca crescente di stabilità. Aveva bisogno di certezze, appoggiarsi a leggiferree ma i suoi studi e la sua indole l’avevano resa intollerante a tuttoquesto.
“La new age è larisposta!” così disse e così fece.
Io non sapendo benecosa fosse questa “new age” di cui si ciarlava un po’ ovunque, tentai dichiederle delucidazioni.
“La new age è latrasformazione della religione in alcunché d’indefinibile, ma economicamenteredditizio. Sarebbe impossibile descrivere la new age come somma di elementisemplici: in essa confluiscono tendenze che nulla hanno a che vedere tra loro,sicché il movimento nel suo complesso sarebbe multiforme e indefinito. Presentaun’immagine del mondo in cui i contrasti sono superabili nell’esperienzaindividuale della pacificazione e della quiete”. Lo diceva come se recitasseuna litania, senza fermarsi per respirare e senza modulare il tono della suavoce.
Credo che fossetalmente innamorata di se stessa al punto da far innamorare anche me. Non tantodi lei quanto delle sue manie. La vedevo dedicare anima e corpo al cambiamentodella sua anima e del suo corpo per stare al passo con le mode intellettuali.Non sto dicendo che non avesse personalità. Al contrario. Sto dicendo che neaveva mille. L’ho vista liberale, marxista, atea, fondamentalista islamica,ecologista, lesbica, materialista, giacobina, fenomenologica, accademica,femministaiola, femminista, maschilista, comunista, freak, grunge, classica,cattolica, reazionaria e tifosa del Cuoiopelli Cappiano.
“Tornerà l’era Lazzerini”diceva avvolgendo il collo nella sciarpa bianco rossa.
Confesso che quandolei la domenica se ne andava allo stadio io curiosavo tra i suoi appunti, librio quaderni, senza capire niente di ciò che ci trovavo scritto dentro. L’unicacoerenza nelle sue riflessioni era un attaccamento insensato e morboso per laparola “aberrante”.
Tutto ciò chestudiava o che viveva le sembrava aberrante, persino la nostra gatta Minù.
C’era un interosaggio ispirato alla gatta, non ne ho capito bene il senso ma si intitolava: Gatti:da clochard del regno animale a borghesi del postcapitalismo. Credo fosse qualcosa di allegorico.
Ormai sentivo chel’amore squillante che tempo addietro lei aveva provato per me si stavatrasformando in qualcosa di brutto. In prurito credo.
A letto, a pranzo,sul divano, ogni istante della sua giornata condiviso con me le causava unterribile prurito. Il dermatologo disse che non c’erano anomalie epidermiche, néfunzionali né strutturali, si trattava di un disturbo psicosomatico causato daun agente stressante. Quasi certamente io.
Allora lei se neuscì con discorsi sulla libertà, sulla vita che fugge, il tempo, lo spazio,l’amore e i reality. Sentiva il bisogno psicosomatico di partecipare a unreality.
“Il reality non haaltro scopo se non inserire l’io di una persona comune nell’immagine del mondo.Ho bisogno di emanciparmi, non da te, nemmeno dal nostro rapporto. Ho bisognodi emanciparmi dall’immagine che ho di me. Inoltre non sopporto più la nostragatta Minù!”
Riuscì ad entrarenel cast del “grande fratello” e durante la prima puntata non fece altro cheparlare di sesso citando gli studi di un emerito ricercatore dell’universitàdel Missuri il cui nome, ironia della sorte, era Joseph LoPiccolo. 
Ci volle veramentepoco tempo perché si portasse a letto tutti i maschietti della casa ediventasse una sorta di mascotte. La Marcuzzi commentava imbarazzata le suegesta e Signorini la istigava gridando all’invidia. 
Essendo palesementeschierata nella fazione maschile creava superiorità numerica e questo legarantì di non finire mai in nomination. Arrivò in finale ma non vinse. Seconda.
Tornata da me conun ego gonfio di fama mi improvvisò un discorso sulla scissione tra l’anima e ilcorpo.
“Sì, mi sonoportata a letto otto uomini. L’amore e il sesso sono cose che non fanno partedello stesso dominio. Con loro è stato solo sesso. Siccome anche con te è solosesso mi vedo costretta a lasciarti”.
Non l’ho piùsentita né rivista.
Credo sia diventatauna famosa psicoanalista da varietà ma io non ho la TV.

Ode alle brutte

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La televisione, internet, i media ci fanno giornalmente il lavaggio del cervello, proponendoci modelli di bellezza completamente artefatti.
Per carità, una bella figa è una bella figa; ma fin dalla notte dei tempi c’è qualche saggio che riesce a calarsi nella profondità della vita e ad allargare lo sguardo verso ciò che è bello non per gli occhi soltanto, bensì per tutta la sensitività delle nostre percezioni. La bellezza in sé, come ogni oggetto, non è inconoscibile in sé e per sé, al contrario di quel che sostiene Kant, ma si rivela solo alle anime più aristocratiche; tra queste il mio nonnetto veneto, che soleva dirmi da piccolino questa splendida massima che mi accompagnerà per tutta la vita: «Bruta de muso, bea de buso».

Perciò in onore di tutti coloro che possono capire quanta più soddisfazione possa dare giacere con un cofano rispetto ad amoreggiare con una bellezza insopportabilmente parlante, ho scritto questa splendida poesia.

Mia cara compagna di orrende fattezze
è una vita che ammiro le ascelle con pezze
giorni infiniti sgobbando da mulo
la sera ritorno e te lo metto nel culo
Intanto ricordo i giorni passati
oh quante bellezze e quanti limoni
un dì ho raggiunto le nuove certezze
non voglio una figa che rompe i coglioni
Avere un bel seno e una vita soave
fa il cazzo già duro sì fosse una trave
io svuoto il mio sacco, m’appena svuotato
già inizi a parlare del jeans che hai comprato
Ammazza che palle io voglio una scrofa
che succhia felice perché lusingata
ho sempre per lei una splendida strofa
è dolce, gentile e l’ha subito data
Sesso di fuoco lei mi regala
cure mi dà se la gola s’ammala
oh non mi tradisce, è sempre contenta
posso pestarla ed è sempre contenta
Ah se ripenso alle mie vecchie storie
ridenti donzelle con splendidi occhioni
eran solite pretendere cene le borie
che scopavano stando a «due di bastoni»
Erano tempi depressi ma adesso
sono rinato, ciccione più spesso
scopo le chiappe con la cellulite
invece le fighe son già sfinite

Se lei vuole il cinema e lui vuole chiavare?

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Paul Watzlawick e Mihaly Csikszentmihalyi sono due esperti di teoria della comunicazione anche se, a causa dei loro nomi, non hanno mai superato la fase dei convenevoli in nessuna conversazione. Watzlawick nella “pragmatica della comunicazione umana” ci spiega chiaramente che se una persona non risponde volentieri alle nostre domande è possibile che lo faccia mentendo. Il professore di Palo Alto manda così a puttane un secolo di psicoanalisi. Csikszentmihalyi, invece,  nel suo libro “Flusso: psicologia di un’esperienza ottimale” ci convince della possibilità di essere più contenti se facciamo qualcosa che ci piace.

Noi dell’oltreuomo abbiamo deciso di utilizzare le argute pensate di questi due luminari per definire alcune modalità caratteristiche dei rapporti di coppia. Per farlo prenderemo in esame una situazione molto frequente nei rapporti a due e definiremo le diverse modalità comunicative e comportamentali che possono essere messe in atto.
Situazione di partenza: Lei vuole andare al cinema, lui vuole chiavare.
Compromesso: vanno in un drive in e lei gli fa una sega.
Lei rinuncia al cinema classico pur ottenendo ugualmente la visione del film e lui rinuncia alla penetrazione pur ottenendo comunque un amplesso.
Mediazione: lei va al cinema con un’amica e lui si chiava la stessa amica.
Entrambi ottengono ciò che volevano grazie all’intervento di una terza persona (il mediatore) che aiuta la coppia a raggiungere una soluzione mutualmente accettabile.
Atteggiamento passivo (di lui): vanno al cinema e lui le guarda le tette tutto il tempo fantasticando, poi tornati a casa la uccide e violenta il cadavere.
Lui non ha il coraggio di proporre i suoi desideri e di conseguenza asseconda passivamente le esigenze di lei accumulando rabbia e frustrazione.
Atteggiamento passivo (di lei): copulano. Durante l’atto lei è assente e annoiata ma lui non nota la differenza. Durante la notte lei taglia la punta del pene del compagno.
Lei non riesce a rifiutare di soddisfare le richieste del partner quindi decide di eliminare il problema alla punta.
Atteggiamento aggressivo (di lui): lui urla frasi ingiuriose nei confronti di lei, della sua famiglia e della famiglia del regista del film. Dopo la prende con violenza sul tappeto del salotto. Trascorse quattro ore di sesso selvaggio, lui fuma rilassato in terrazzo e lei gli accarezza il petto con l’indice sussurrando “ti amo”.
Lui non riesce ad accettare che la propria volontà non si attui e si impone attraverso la violenza verbale e fisica. Questo tipo di atteggiamento rozzo e ignorante accende il desiderio della compagna, la quale ne esce appagata. Purtroppo questa dinamica si rivela talmente soddisfacente per entrambi, che finisce con il diventare l’unica forma di interazione possibile.
Atteggiamento aggressivo (di lei): lei pianta il broncio e lo guarda come se la vita non fosse altro che dolore e atroci sofferenze. Fa un utilizzo smodato di sospiri e di frasi di valore comunicativo scarso o nullo (“non so”, “chi può dirlo?”, “non ricordo se ti piacciono le barbabietole”). Mediante frasi a mezz’aria riversa su di lui la causa dei suoi mali. Lui incapace di entrare nella logica della “non comunicazione” si ammazza mangiando cibi a cui è allergico.
Per sopperire allo svantaggio fisico, la donna nei secoli ha sviluppato la tecnica della “violenza docile”. Questa strategia consiste nel fare pena al compagno. Il paradosso di questa tecnica risiede nella sua efficacia circoscritta. Funziona esclusivamente se il partner è sensibile e molto coinvolto. Ovviamente un ragazzo con queste caratteriste quando subisce la “violenza docile” si ammazza.
Atteggiamento assertivo (la buona comunicazione): chiavano al cinema.
Entrambi ottengono quello che volevano senza rinunce.

Morire con stile

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Il timore della morte attanaglia le nostre esistenze da millenni. In Al di là del principio del piacere, Freud critica i filosofi del passato accusandoli di aver considerato la morte come qualcosa di terribile e angosciante e non, più giustamente, come qualcosa che appartiene alla vita stessa; una presenza che le conferisce valore, in quanto finita, presente, unica. Qualcosa di simile troviamo all’interno del romanzo Le stelle fredde di Guido Piovene. Qui l’autore vicentino paragona la nostra vita a quella, appunto, di una stella fredda, spenta da molto tempo ma viva per noi che ne riceviamo ancora la luce; una vera e propria rivoluzione copernicana, che sposta il piano della morte da quello del tempo a quello dello spazio. Una posizione che si distacca prepotentemente dalla visione teologica, che la percepisce come una porta per un altro mondo, che non conosce il dolore e che si illumina di verità.

Al di là di tutte queste stronzate, riteniamo che la paura del grande buio possa essere superata, come tutte le paure, con lo stile. Oggi perciò elencheremo le morti più spassose e stilose della storia, sperando servano di lezioni ai tanti rottinculo che non fanno altro che pensare.
Eraclito
Eraclito l’oscuro, il filosofo del fuoco, era un gran rompicoglioni. Odiava tutti indiscriminatamente e tra gli oggetti del suo odio non mancavano di certo i medici, che insultava privatamente e pubblicamente. Ormai nel cammino della vecchiaia si ammalo di idropisia e tornò strisciando a chiedere aiuto ai dottori. Questi per ottenere una sobria rivincita, gli consigliarono di immergersi nello sterco di vacca fino alle spalle, in modo tale da far evaporare naturalmente l’acqua dal suo corpo. Ora, il nostro eroe possedeva tre enormi e feroci cani, che utilizzava per minacciare chi gli rompeva le palle, perciò, andato in una stalla in campagna ad immergersi nella merda, non venne riconosciuto dai suoi cani, che non riuscirono a riconoscere il suo odore, confusi da quello delle feci, e gli sbranarono la testa.
Diogene di Sinope
Il cinico Diogene fu esempio di stile non solo per la propria morte ma anche per la condotta di vita. Usava andare in giro completamente nudo dentro una botte aperta sopra e sotto, che gli permetteva di masturbarsi avidamente davanti a delle attraenti passanti (anche se era solito scoparsi le scrofe perché, a suo dire, erano molto più focose). Tra le altre cose cagava liberamente in mezzo alle piazze e faceva un po’ quel cazzo che voleva. Si suicidò trattenendo il respiro.
Petronio
Arbitro Petronio era un vero fancazzista. Trascorreva le giornate dilapidando il patrimonio e scroccando cene ai suoi amici. Secondo la leggenda, recatosi a Cuma, decise di suicidarsi durante un banchetto. Si tagliò così le vene davanti agli astanti ma ogni tanto le tappava con delle garze sorseggiando del vino o delle succose cosce di pollo. Poi le tagliava ancora, per ritapparle per godersi un ultimo pompino e così via, fino al dissanguamento totale.
Tycho Brahe
L’astronomo danese è sicuramente stato il più grande maestro di galateo della storia. Profondamente convinto che abbandonare un banchetto durante il suo svolgimento fosse cosa terribilmente maleducata, trattenne la pipì così a lungo fino a che la sua povera vescica esplose uccidendolo.
Steve Marriott
Sono celebri le morti nel mondo della musica. Tra overdose di vario tipo e soffocamento col proprio vomito di John Bonham e Bon Scott, vale la pena ricordare più di tutti Steve Marriot. Il cantante degli Small Faces infatti, dopo una sbronza indescrivibile, si accese una sigaretta senza pensare di essere inzuppato dalla testa ai piedi di vodka e altri alcolici vari. Prese fuoco e morì in pace.
Anonimo
Tra le leggende metropolitane vale la pena ricordare quel veterinario americano che mentre stava eseguendo una rettoscopia ad una vacca ricevette in pieno volto un potentissimo peto da parte dell’animale. Purtroppo lo sfortunato medico stava fumando un sigaro e la scoreggia si trasformò in lanciafiamme uccidendolo a causa delle profonde ustioni riportate.

Musica e parole (senza musica)

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Sanremo è terminato. Bersani ha vinto il premio dellacritica e tre tizie hanno riempito il podio ufficiale. Viene voglia di musica eparole. Noi dell’oltreuomo la musica (per il momento) non possiamo darvela. Proviamoa darvi almeno le parole.
Ecco di seguito una lista di 15 frasi meravigliose che hannofatto grande la musica italiana.

1) Vasco Rossi, Colpa d’Alfredo:
“È andata a casa con negro la troia!”
2) Francesco Guccini, Cyrano:
“A parlarle non riesco: le parlerò coi versi”
3) Toto Cutugno, Sarà la differenza d’età:
“Vengo subito da te
E ti preparo un caffè un frappè quel che ghè
L’idea ce l’ho
E so che piace anche a te
Yeh yeh yeh
Dai facciamo un bebè
Dai che si fa
Si fa
Non c’è più differenza di età”
4) Lucio Dalla, Disperato Erotico Stomp:
“Sono molto preoccupato, il silenzio mi ingrossava lacappella”
5) Marco Masini, Ti vorrei:
“Ti vorrei, anche se fossi un gay”
6) Anna Tatangelo, Il mio amico:
“Se a chi dice che non sei normale, Tu non piangere suquello che non sei”
7) Fabrizio De André, La città vecchia:
“quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia,
quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia”
8) Franco Battiato, La cura: 
“Ti proteggerò […] dai fallimenti che per tua naturanormalmente attirerai”
9) Giorgio Gaber, Quando è moda, è moda:
“Sono diverso perché quando è merda è merda non haimportanza la specificazione”
10) Afterhours, Tutto a domani:
“Musa un po’ puttana madre della mia bambina”
11) Mango, Seme di mandarino:
“È come mettere le dita nel naso
sospeso tra il tuo seno e le funzioni del caso
ho voglia solo di fare”
12) Michele Zarrillo, Come hai potuto:
“orsetti e sonaglini nel tuopasseggino
e noi ci allenavamo al cambio pannolino”
13) PieroPelù, Zombies:
“Prima i bang, poi i boom e adesso i crack
Siamo come zombies”
14) Umberto Tozzi, Ti amo:
“Ricordi chi sono?
Apri la porta a un guerriero di carta igienica
e dammi il tuo vino leggero”

15) Ligabue, Figlio di un cane:
“E fra un po’ si torna in calore e lo sai
che per qualcuno e’ comodo.”

I tipi umani del calcetto

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Il calcetto tra amici, assieme al nepotismo e al pressapochismo, è uno dei dogmi sacri del nostro beneamato stivale. Non esiste maschio italico che non si cimenti almeno una sera alla settimana in avvincenti sfide con e contro i propri soci, ingaggiando scontri all’ultimo sangue in campo e all’ultimo centimetro in spogliatoio. I motivi che spingono a considerare tale avvenimento settimanale irrinunciabile si possono riassumere semplicemente nell’esigenza di fuggire dai problemi della quotidianità e nella necessità di sfoggiare maglie ufficiali della squadra del cuore, al fine di identificarsi con il campione del momento e dimenticare per un istante quanto la felicità dipenda dall’umore del proprio capo.

Ma la partita di calcetto è anche e sopratutto un contenitore di tipi umani; stereotipi indistruttibili che dipingono le tele dei campetti di periferia con le loro maschere e le loro commedie.
L’oltreuomo ha deciso di raccoglierne alcuni, sicuri che ci sarà chi non avrà difficoltà ad identificarsi.
L’individualista
L’individualista è forse il simbolo del calcetto stesso. Il suo rapporto con il pallone è come quello di Paolo Brosio con la madre: incestuoso e improduttivo. Sembra che il collo del piede dell’individualista sia ricoperto di recettori sessuali attivabili esclusivamente al contatto del cuoio; passare a un compagno è per il soggetto uno sforzo abnorme e ripugnante, ed è fermamente convinto che il suo possesso palla sia un diritto divino, uno ius primae noctis da esercitare su una campionessa mondialedi rivergination. Tendenzialmente ha giocato a calcio fino a 15 anni, sport abbandonato a causa degli incessanti insulti ricevuti, e si è rifugiato nel calcetto avvalendosi del valore dell’amicizia come giustificazione al suo egoismo in campo. Predilige giocare come punta o nella fascia opposta al suo piede preferito, per non cadere nella tentazione di effettuare qualche cross, e potersi accentrare avvalendosi di un elastico, un doppio passo, un aurelio, una fake rabona e un altro miliardo di giochetti imparati studiando i video di Denilson. La squadra perde sempre a causa sua.
Il rompicoglioni
Frustrato e con un carattere naturalmente votato all’invidia, ha un controllo palla degno di un termosifone e al posto delle scarpette veste due grossi hamburger di MacDonald scaduti. Non fa altro che urlare e sbraitare durante tutta la partita, dispensando consigli inutili che evidenziano come non abbia mai giocato a calcio e come non ne capisca nulla in quanto a tattica e movimenti in profondità. E’ la nemesi dell’individualista, con il quale si accanisce ripetutamente, implorandolo di passargli il pallone e accusandolo di meschinità e causa principale delle sconfitte. Le rare volte che l’individualista, esacerbato dalle pressioni, decide autolesionisticamente di concedergli una chance, il rompicoglioni non manca mai di perdere la sfera nelle maniere più goffe e divertenti. Ha uno scatto imbarazzante e un deficit del 93% al dribbling; ciononostante possiede un gran tiro e buone caratteristiche difensive. É fortissimo al fantacalcio.
Il truffatore
Segretamente odiato da tutti, il truffatore simula lussazioni parziali della spalla, fratture composte del gomito, osteoporosi precoce delle mani e tutto ciò che può costituire una buona scusa per non andare mai in porta. É un giocatore medio e protesta violentemente ad ogni occasione buona chiamando il fallo quando perde palla, anche se è inciampato su se stesso con gli avversari lontani 30 chilometri. É competitivo fino all’esaurimento e molto spesso stringe alleanze con il rompicoglioni contro l’individualista.
La merda
Presenza fissa in ogni campetto, è solitamente convocato all’ultimo momento tra la disperazione generale dei compagni. Privo di qualsiasi tipo di coordinazione e afflitto fin dalla nascita da una propriocezione balbettante, è un disastro sotto tutti i punti di vista. Consapevole di essere scarso, contrappone al disagio un impegno ed una volontà superiori a qualsiasi altro, fino a quando i compagni, stanchi dei ripetuti fallimenti, lo sbattono in porta. Qui la merda non perde l’occasione di sbizzarrirsi inventando nuovi metodi creativi per subire gol con un retropassaggio, ottenendo come risultato una seconda chance in attacco.
A volte, principi della fisica impazziti e rarissimi allineamenti di pianeti, creano situazioni di gioco incredibili che sfociano in un gol della merda. Questo evento è accompagnato da una gioia incontenibile dei compagni di squadra, tale da poter essere paragonata a quella sprigionata all’arrivo delle mestruazioni dopo due settimane di ritardo della propria ragazza. E’ pesantemente preso per il culo dall’individualista.
Il blasfemo
Divertimento assicurato. Il blasfemo ha l’unico compito di allentare la tensione con epiteti sempre originali e brillanti rivolti a Dio. Grande appassionato di zoologia, è dotato di una straordinaria potenza nelle corde vocali. É consuetudine che giochi in fascia, ruolo che gli permette di allungarsi troppo la palla e, una volta uscita sul fondo, espellere poetici moccoli tra la commozione generale. Tutti lo amano.
Il montero
Il nome dice tutto. Grosso, tarchiato e senza capelli, il montero è un difensore vecchia scuola, responsabile di tutti gli infortuni degli avversari e dei suoi stessi compagni. La scatola cranica perennemente esposta alle intemperie, gli impedisce di comprendere le differenze tra calcio e calcetto, portandolo a perpetuare comportamenti contrari al regolamento, come la scivolata, la rimessa laterale con le mani e la gomitata in pieno volto. Solitamente possiede un tiro potentissimo ed abbastanza preciso, che gli permette di realizzare gol decisivi all’ultimo minuto. La sua ragazza è brutta ed arriva al campo con un’utilitaria del dopoguerra, unica fidanzata che non approfitta della partitella per scoparsi il vicino. É l’incubo dell‘individualista, al quale spezza volentieri gambe e braccia.
Il culone
Il culone gioca spesso da centravanti. Dotato di pessima tecnica ma di straordinaria corsa, realizza una quantità infinita di gol, colpendo la palla con le spalle, con la pancia, con le natiche, con gli occhi, con il polpaccio, con il mento, con il naso, con l’ascella, con il fianco, con la lingua, con lo scroto, ma mai e poi mai con i piedi. Nonostante le incredibili doti realizzative, fallisce sempre le reti servite su un piatto d’argento, ma sa farsi immediatamente perdonare con un gol di tacco in semirovesciata mentre scivola su un precedente sputo del montero. Trova un buon alleato nell’individualista, che immischiandosi in situazioni complicate con duecento avversari in area, crea il terreno fertile per un guizzo del culone.
Quello forte
Infine quello forte, ex giocatore professionista che gioca in souplesse e non sbaglia un colpo. Ridicolizza gli avversari e li fa sentire delle donne, con finte di corpo e passaggi millimetrici. É amato dal rompicoglioni, che lo strumentalizza per attaccare l’individualista; è odiato dal montero, che non riesce a fermarlo nemmeno sparandogli con una Luger; è rispettato dall‘individualista, che però continua a sentirsi il più forte; è divinizzato dalla merda, che rivede in lui una figura paterna mai avuta; è complice del truffatore, perché sa prendere il gioco alla leggera. Insomma è perfetto, infatti nei campetti non si vede mai.

Manifesto del pene lungo

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Dopo il successo riscontrato con la “fenomenologia dell’inettitudine” e date le numerose richieste pervenuteci dai voi lettori, abbiamo finalmente deciso di affrontare un tema tanto caro all’universo femminile quanto a quello maschile (con maschile ci si riferisce alla maggior parte degli esemplari che lo costituiscono, quindi i gay). La questione della lunghezza del pene è fruita dalla gente quanto un campo isolato lungo l’autostrada dopo aver mangiato cavoli. Vuoi o no, torna sempre utile sciorinare qualche aneddoto sul suddetto manubrio dell’amore, così vi proponiamo un bignami storico capace di coglierne le potenzialità – in tempi di crisi va sempre bene.


Solo a partire dal 1900, con la pubblicazione de L’interpretazione dei sogni di Freud, il pene ha assunto un’importanza decisiva per le nostre società occidentali. O meglio, si è dimostrato scientificamente come le nostre esistenze dipendano interamente e costantemente da quel maleodorante pezzuncolo di carne che regge l’intera architettura maschile. Giustamente il signor Allen, nell’importante documentario girato nel 1983 dal titolo Zelig, afferma: “la mia rottura con Freud è avvenuta sulla questione dell’invidia del pene, lui credeva che fosse limitata alle donne”. Effettivamente, a partire da questa contestazione mossa a Freud circa un’eccessiva interpretazione fallologocentrica della società, Allen ha aperto la strada a nuove correnti di pensiero che hanno potuto affrancarsi dall’autorità intellettuale di quel santo cocainomane (al quale per altro è dedicato un cratere sulla luna). Freud è stato però riscoperto da autori contemporanei di massimo interesse, come il celebre Povia che in una nota canzone dice «c’era chi mi diceva “è naturale” io studiavo Freud non la pensava uguale».
Al di là delle polemiche, bisogna tenere conto di come il pene sia il centro nevralgico dell’uomo: egli lo teme in quanto non dispone di altre funzionalità in grado di assicurargli la sopravvivenza. Il pene rappresenta l’intero universo maschile, ogni azione o pensiero gli è subordinata, a questo proposito Meneghello conferma “l’uomo, nella sua versione maschile, si può considerare una struttura per sostenere i testicoli” e nulla più. Il pene infatti ha forma cilindrica e sostiene l’uomo nello svolgere le sue attività quotidiane. Egli lo accompagna ovunque, dalla doccia alla discoteca, dalla doccia alla discoteca e dalla doccia alla discoteca. Ovviamente, un pene più lungo è sintomo di maggior dinamismo intellettivo. Ma spieghiamo perché. Come si diceva poco fa, il fallo è temuto dall’uomo perché esercita un forte potere su di lui, gestendo e controllando lo sviluppo della sua attività intellettiva. La capacità di elaborare concetti è dunque direttamente proporzionale alla lunghezza del pene. A comprova di ciò la frase di Jean Cocteau “Mai fidarsi di un uomo con il cazzo piccolo”!   

Abbiamo deciso, infine, di raccogliere una serie di celebri testimonianze sulla lunghezza e funzionalità del pene.
Julija Voznesenskaja – “credo che l’uomo vada giudicato da come scopa, insomma dal cazzo. E poi un vero uomo deve garantire alla donna ogni comfort”.
Ennio Flaiano –“ci guardiamo il cazzo come se aspettassimo da lui una decisione”.
Gustave Flaubert – “erezione: si dice solo parlando di monumenti”.
John Giorno – “Nessun cazzo è duro come la vita”.
John Holmes- “Ce l’ho meno lungo di una Cadillac ma più di una cornetta del telefono”.
Erica Jong – “Quale situazione più ironica si può immaginare di quella di una donna liberata alle prese con un cazzo moscio? Tutti i problemi più importanti della storia impallidiscono davanti a queste due presenze cosmiche: l’eterno femminino e l’eterno cazzo moscio”.
Mario Mieli – “Il fallo nel cervello impedisce al maschio eterosessuale di vedere oltre il proprio uccello: per questo, l’attuale società è retta da coglioni”.
Rocco Siffredi – “Purtroppo a volte la dignità di un uomo si misura con i centimetri dell’uccello. Basta metter un uomo nudo e ha il pisello piccolo, beh… Diventa una nullità”.