Freddure intellettualoidi per scopare facile

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Nonostante la rivoluzione sessuale che ha coinvolto l’occidente nell’ultimo secolo, nonostante Paris Hilton, Lindsay Lohan, Montana Fishburne, Kim Kardashian abbiano aperto la strada a molte giovani donzelle, nonostante la poetica delle “olgettine” sempre più diffusa, vi è ancora oggi chi non riesce a inzuppare il biscotto nella sacra tazza che separa le gambe delle donne. Le più difficili da scardinare sono le cosce delle ragazzette Indie-intellettualoidi, troppo impegnate a darla via esclusivamente ai tossici e ai musicisti falliti. Ma da oggi non sarà più così. Approfondite ricerche, condotte negli ultimi tre anni, hanno portato alla luce i punti deboli delle sopracitate sgualdrine, permettendo di stilare un decalogo di freddure di bassa lega (riportate fedelmente qui sotto) per raggiungere il bisogno primario.


Snocciolatele con indifferenza all’ingresso di qualche rassegna di cinema muto e vedrete le flaccide galline avvicinarsi a voi piene di fregola.  Buona scopata!

  1. Qual è il colmo per Siddharta? Non riuscire a dire la Hesse.
  2. Cosa ha detto Francis Scott Fitzgerald quando gli hanno comunicato che Tenera è la notte aveva superato le 500.000 copie? Gatsbyta!
  3. Qual è il colmo per Antonine Artaud? Fare un incidente e rimanere Cechov.
  4. Qual è il colmo per uno scrittore stitico? Riuscire a fare la Kafka.
  5. Da chi è stato dipinto La persistenza della memoria? Da Lì.
  6. Qual è il colmo per un insegnante di letteratura latina? Suonare il Plauto.
  7. Qual è il colmo per un tabaccaio con velleità poetiche?  Vendere Marquez da bollo.
  8. Qual è il colmo per Andrea De Carlo? Diventare Calvino.
  9. Qual è l’autore preferito dei milanisti? Stendhal.
  10. Qual è l’autore preferito di Ron Jeremy? Giovanni Verga.


Quel pomeriggio di un giorno da cinefili

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Una vecchia nobildonna incartapecorita, celebre per la folta chioma pubica e per aver versato della “pipì d’artista” addosso ad un iroso critico d’arte, cammina sicura sopra un lungo tappeto rosso abbagliata da migliaia di isterici flash e assordata dalle grida di un gruppetto di donnicciole che urlano “Marina! Marina!”. Sul suo capo, un cappellino corvino a forma di ramo ospita tre variopinti pappagallini, continuamente stuzzicati dal fantasma di Pavarotti. Dove ci troviamo? Alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Come di consueto, anche quest’anno non posso perdere l’occasione di godermi un bel film in anteprima e di vedere qualche attrice strafiga a 750 chilometri di distanza; tanto più che la pellicola  che inaugura questa 68ma edizione della mostra si avvale di un cast eccezionale. Sto parlando di “Le Idi di Marzo”, con George Clooney (qui anche regista e sceneggiatore), Ryan Gosling, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood e (il migliore di tutti) Philip Seymour Hoffman.Dopo aver comprato, circa un mese prima, un biglietto per la proiezione popolare alla modica cifra di 21 euro, con soli altri 12 euro di treno e altri 13 di barca a motore, posso finalmente godermi la passerella di star e starlette tanto agognata.Approdo al Lido dopo un comodo viaggio in vaporetto, durante il quale ho la fortuna di stringere una profonda amicizia con l’ascella di una signora di 150 anni, e mi dirigo velocemente verso il red carpet, già circondato da migliaia di fans muniti di sgabelli, scale, trampoli e via dicendo.Nonostante il mio sguardo esprima un sentimento di puzza sotto il naso e superiorità nei confronti del populino che aspetta  la celebrità di turno per impazzire di grida, appena mi appare davanti Gigi Marzullo quasi mi viene un attacco epilettico per l’emozione; da lì ad arrampicarmi sulla base di un lampione il passo è breve. Da questa posizione privilegiata comincio a scrutare l’orizzonte alla ricerca di qualche divo con lo stessa frenesia di una sentinella di un vascello che cerca di avvistare terra aggrappato all’albero maestro dopo sei mesi trascorsi in mezzo all’oceano. Le luci, il tappeto rosso, le telecamere, Valeria Marini e la meravigliosa atmosfera creatasi all’ingresso della Sala Grande, mi mette in una disposizione d’animo tale da farmi innamorare tre o quattro volte rispettivamente di: Diane Kruger, Cindy Crawford, Violante Placido e Evan Rachel Wood (prima di ricordarmi della sua storia con Marilyn Manson). Ma il clima si fa sempre più teso, tutti aspettano lui: George Clooney, la supermegastar mondiale. L’ex della Canalis, rannicchiato sul sedile posteriore di una Lancia Thema nera, si avvicina al red carpet attraversando una strada formata da Bodyguard e Fans. Scendo con un balzo dal lampione e cerco il punto più debole della struttura per infilarmici. Ci riesco. Ora sono in prima fila e George  in persona sta per passare a pochi centimetri dai miei occhi. Alle mie spalle una massa informe di persone, venute a conoscenza dell’arrivo del divo, sta per schiacciarmi contro una transenna; comincio a urlare che dentro l’automobile c’è in realtà Ezio Greggio nel tentativo di depistare qualcuno, ma la massa sembra ancora più entusiasta e mi travolge (non sto romanzando, è tutto vero).Clooney esce dalla vettura e comincia a gigioneggiare per una ventina di minuti; faccia da sberle, sorrisi ammiccanti, qualche scatto per i fotografi; interpreta magistralmente il tipo del piacione. A quel punto la folla si disperde, tutte le star sono ormai entrate nella Sala Grande per la cerimonia di apertura. Ma la mia fame di vip non si è ancora placata. Proseguendo lungo la strada del red carpet per un centinaio di metri, l’Excelsior, l’albergo dove alloggiano tutte le stelle del cinema, appare maestoso nella sua semplicità. Pochi sono a conoscenza che l’ingresso al pubblico non è vietato, e io sono uno di quei pochi. Entro connonchalance attraverso la porta girevole e supero la hall per raggiungere la terrazza vista-mare dell’Hotel. La mia quinquennale esperienza alla Mostra del cinema di Venezia mi ha insegnato che questo è il posto migliore per incontrare qualche celebrità senza l’intralcio di quei babbei che aspettano fuori. Purtroppo però la terrazza è deserta. Sto per abbandonare qualsiasi speranza quando scorgo in lontananza lui, il solo, l’unico: l’iperboreo Vittorio Sgarbi. Cammina svogliato e lentamente, accompagnato dalla pornodiva Vittoria Risi. Tutto tremante mi avvicino e gli porgo la mano con effetto Micheal J. Fox. “Vittorio, sei il mio idolo”, gli dico emozionato. “Lo sono di tante persone” risponde lui. Dopo la foto di rito insieme al mio mito, lo seguo fino all’uscita dell’Excelsior, dove viene assalito da un centinaio di ragazzini che lo implorano di essere chiamati “Capra!”. Abbastanza soddisfatto di questo autorevole incontro, mi accorgo che sono in ritardo per l’inizio della proiezione del film. Mi dirigo verso il Palabiennale, un’enorme sala cinematografica costruita appositamente per la rassegna, in grado di ospitare qualche centinaio di persone e che, vista da fuori, somiglia ad un gigantesco tendone da circo. All’interno è tutto molto curato ed elegante. I posti a sedere sono numerati, cerco il mio: settore G, posto 6 (terzultima fila). Credo sia circa di un paio di chilometri la distanza che mi separa dallo schermo, per fortuna quest’ultimo è molto grande e la visione del film non sarebbe nemmeno tanto compromessa se non ci fosse un climatizzatore silenzioso come un Boeing 747 alle mie spalle. Si spengono le luci, la pellicola comincia a srotolarsi: “Le Idi di Marzo”, di George Clooney. La trama è più o meno questa: Stephen Myers (Ryan Gosling) è un ambizioso consulente dell’entourage di Paul Zara (Philiph Seymour Hoffman), responsabile della campagna per la candidatura del governatore Mike Morris, interpretato da Clooney. Le primarie americane hanno raggiunto l’Ohio, dove si attende il risultato decisivo per conoscere il prossimo concorrente alle presidenziali. Tanti buoni propositi, tutto andrà a rotoli a causa di una stagista ventenne. Il film, tratto dal lavoro teatrale Farragut North di Beau Willimon, è scorrevole ed elegante; ottima la prova del cast e di Clooney alla regia, sempre sensibile ai temi legati alle idiosincrasie della politica. Applausi in sala. Esco assonnato dal Palabiennale e ritorno all’Excelsior, dove resisto alla tentazione di ordinare qualcosa al bar dell’albergo (facendo tesoro dell’esperienza dello scorso anno, quando pagai due amari Montenegro venti euro) e mi fumo una sigaretta. 
Sono le dieci e mezza, l’ultimo treno è a mezzanotte. Mi imbarco sul vaporetto, quaranta minuti e arrivo in stazione centrale, salgo in carrozza e mi rilasso. Mi aspetta un’ora e venti di viaggio, durante il quale, in uno stato semicosciente, mi chiedo se sia valsa la pena di spendere cinquanta euro per un film che avrei potuto vedere tra qualche mese pagando il biglietto tre volte meno e per guardare da vicino qualche attore o celebrità che, in fin dei conti, non è poi tanto diverso da me. Poi mi viene in mente la foto con Sgarbi. Il prossimo anno ci sarò!